Gli album

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Musica alternativa e indie - Uscito il 26 ottobre 2018 | [PIAS] Le Label

Hi-Res Riconoscimenti Qobuzissime
Un dandy inglese dalla voce svogliata, un pioniere della French touch e una riot girl: è la collaborazione sorpresa di quest’autunno tra Baxter Dury, Étienne de Crécy e Delilah Holliday. Tutto è cominciato alla fine del 2017 con un SMS di Baxter Dury che, annoiandosi in quel di Parigi, chiedeva alla metà dei Motorbass se per caso avesse qualche strumento inutilizzato. Segue una spola tra Gare du Nord e Saint-Pancras con l’ingresso nel cerchio della cantante del duo punk londinese Skinny Girl Diet, la quale ha dimostrato un’autentica inclinazione per la musica soul/R&B sul suo primo mixtape Lady Luck Vol.1 apparso nella primavera 2018. Appena hanno un momento libero, i tre si ritrovano nello studio di De Crécy, scegliendo come mantra la semplicità degli Sleaford Mods, e finiscono per partorire un “piccolo mutante degli anni ’80 non completamente sviluppato”, citando le parole di Dury. Etienne de Crécy ha poi tolto tutti i fronzoli, consegnando ai suoi partner delle specie di demo, delle produzioni synth-pop ridotte per lo più a un basso scalmanato, una drum-machine mixata ben bene e un pianoforte. E la formula funziona: il singolo White Coats dimostra che non ci vuole molto a fare una bella canzone, purché si abbiano dei bravi cantanti. Per tutto il disco, sono le voci a creare l’atmosfera, col timbro grave e indolente di Baxter Dury che risponde ai ritornelli sentiti di Delilah Holliday, senza la quale questo disco sarebbe apparso un tantino spento. “Etienne ha creato una base musicale per questa storia confessionale e Delilah l’ha spinta verso qualcosa di più emotivo, racconta Dury. È un mix improbabile che funziona perché è breve, semplice e sincero”. © Smaël Bouaici/Qobuz
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Musica alternativa e indie - Uscito il 26 ottobre 2018 | CRYBABY

Hi-Res Libretto Riconoscimenti Qobuzissime
Francis Mallari, Elliot Berthault, Maxime Gendre, Simon Dubourg, Guillaume Rottier: cinque ragazzi e un post-punk bello violento made in France. Perché i Rendez-Vous sono dei gentlemen avvolti da una patina di freddezza anni ’80, per un gusto fresco, appena scartato. Un gusto che non suona molto francese. Da Fad Gadget ai Soft Moon, il quintetto mescola un mucchio di influenze senza mai cadere nella copia sbiadita. Dopo due EP, Rendez-Vous nel 2014 e The Distance nel 2016, questi cinque parigini hanno portato all’estremo il loro punk gelido e morbido come le mattonelle, elegante e logoro al tempo stesso, ma mai osceno o vomitevole. Un romantico rendez-vous in bianco e nero, di classe, di quelli che lasciano il segno. Con la voce roca e scassata di Francis, la sua chitarra sbrindellata e i suoi synth sfasciati, e soprattutto quella linea di basso marcata (Sentimental Animal, Paralyzed) e ben eseguita per garantire un ritmo marziale sì ma mai esasperato, i Rendez-Vous si sono fatti le ossa e ora possono stare belli eretti tanto da passare al Superior State. Subito, sin dal primo appuntamento. E questo per schizzare ancora meglio sul palco. Grandiosi. © Charlotte Saintoin/Qobuz
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Musica alternativa e indie - Uscito il 19 ottobre 2018 | Communion Group Ltd

Hi-Res Riconoscimenti 4F de Télérama - Qobuzissime
Peccato ridurre Tamino-Amir Moharam Fouad a un semplice erede di Jeff Buckley circondato dai Radiohead degli esordi. Soprattutto perché il cantautore belga di soli 21 anni offre molto di più di tutto questo nel suo primo album; anche se è vero che Colin Greenwood, bassista del gruppo britannico, partecipa al disco… Tamino, nato a Anversa affascinato da John Lennon, ha sempre serbato in un angolo della sua testa, sotto quella capigliatura nero corvino, le sue origini egiziane. E la musica araba che sua madre ascoltava in casa era ancora più significativa e intensa quando si trattava dell’opera di Muharram Fouad, suo nonno cantante e attore, una star nel Cairo degli anni ’60… Questo ecclettismo è al centro della musica di Tamino che deve tanto al folk di Buckley, alla pop dei Beatles e perfino alla malinconia nonchalante di Leonard Cohen, un altro dei suoi idoli. Ma per assodare queste influenze disparate, il giovane tenebroso possiede un’arma fatale: la voce. Un organo anch’esso plurale, capace tanto di distendersi in lentezza quanto di trasformarsi in falsetto commovente, tecnica impressionante di cui non abusa mai tra l’altro. È questo canto a trasformare Amir in un lungo romanzo straziante. Un racconto di formazione che alterna il sognante (l’epurato folk di Verses) e il lirico come in So It Goes, Each Time e Intervals costruiti su una sessione di corde arabeggianti. Un disco Qobuzissime che, a forza di ascoltarlo, impone la sua poesia originale e commovente. © Marc Zisman/Qobuz
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Musica alternativa e indie - Uscito il 12 ottobre 2018 | Kitsune Musique

Hi-Res Libretto Riconoscimenti Qobuzissime
La storia dei Parcels è insieme un vero sogno d’infanzia e una bella avventura umana. Fondato soltanto quattro anni fa, questo quintetto, rimpinzato di musica e fan degli Steely Dan, è il “primo vero gruppo” per ciascuno dei membri e ha raggiunto velocemente il tutto esaurito in occasione dei suoi primi concerti vicino a Byron Bay, una località surfistica situata nell’estremo est australiano. Ma perfino dall’altra parte del mondo, il profumo delle notti berlinesi li spinge a cercare di fare fortuna in Europa. Bel colpo: la capitale berlinese, centro della musica internazionale, li indirizza verso l’etichetta parigina Kitsuné. In seguito a due EP nei quali dimostrano la loro completa osmosi, Thomas Bangalter si congratula con loro, dandogli al contempo qualche consiglio dopo un concerto a Parigi, e produce qualche mese dopo il loro singolo Overnight. Ormai etichettati come “i protetti dei Daft Punk”, gli australiani presentano il loro primo album con il collettivo – che dà il nome all’album, Parcels –, un’onda pop-funk che ricorda un disco dei Beatles con Nile Rodgers alla chitarra. E alla fine delle dodici tracce (di cui tre singoli hanno già fatto girare la testa a molti, Tieduprightnow, Bemyself e Lightenup), ci si rende conto che questo gruppo è davvero un gruppo, e che i membri non amano fare altro che jazz session. Le parole di Lightenup sono state scritte collettivamente, il che dimostra che i Parcels hanno voglia di percorrere la strada insieme (o a meno che il cantante non sia completamente megalomane). E finché manterranno questo spirito, non c’è nulla che potrebbe farli deviare dall’autostrada del sole. © Smaël Bouaici/Qobuz
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Musica alternativa e indie - Uscito il 31 agosto 2018 | Jazz Village

Hi-Res Libretto Riconoscimenti 4F de Télérama - Qobuzissime
Morire oggi. In creolo, mo jodi. Tutto è già detto nel titolo del primo album dei Delgres, impeccabile trio che potremmo velocemente ridurre a dei Black Keys ormeggiati nelle Antille… Delgres sta per Louis Delgrès, colonnello di fanteria abolizionista nato a Saint-Pierre, celebre per la sua proclamazione contro la schiavitù, d’importanza capitale nella resistenza della Guadalupe alle truppe napoleoniche che volevano ristabilire la tratta dei Neri. Delgrès e i suoi 300 uomini sentendosi perduti di fronte ai soldati di Bonaparte preferirono suicidarsi facendosi saltare in aria in virtù del motto rivoluzionario vivere liberi o morire… Questo nome carico di storia non rinchiude tuttavia Pascal Danaë, Baptiste Brondy e Rafgee nella pesantezza di quei gruppi «con un messaggio da trasmettere». I Delgres brandiscono con fierezza il loro nome e gli ideali che lo accompagnano ma fanno prima di tutto un rock dai contorni garage, nutrito di blues degli esordi, soul pura e sonorità provenienti da New Orleans. Associando la chitarra dobro, la batteria e soprattutto il susafono, questo tuba atipico usato nelle bande dei carnevali nelle Antille o per l’appunto a New Orleans, il trio impone la sua originalità. Anche nella scrittura, Danaë alterna, con molta naturalezza, creolo e inglese, giusto per ridurre le frontiere tra le influenze che ha sempre trattato con gusto nel suo percorso da vecchio camionista (Rivière Noire, miglior album delle Musiques du Monde alle Victoires de la Musique del 2015, era proprio lui). Un caleidoscopio stilistico all’immagine della ballata Séré mwen pli fo, cantato in duetto con Skye Edwards dei Morcheeba. Nei suoi momenti nervosi così come nelle sue sequenze nostalgiche e coinvolgenti, Mo Jodi parla di storia ma anche di speranza, costruisce ponti tra continenti e secoli e si rivela essere un periplo gioioso di rock’n’blues’n’soul che sa catturare in modo viscerale. © Marc Zisman/Qobuz
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Musica alternativa e indie - Uscito il 08 giugno 2018 | Easy Eye Sound

Hi-Res Libretto Riconoscimenti Qobuzissime
Dopo aver percorso la West Coast con i suoi Clams, Shannon Shaw parte a Nashville come Dusty Springfield nel 1968. Riferimento assicurato a Dusty in Memphis, questo primo capitolo in solitaria segna l’inizio di un’emancipazione. Shannon & The Clams, è quel gruppo di Oakland, California, influenzato tanto dai Primus che dai Devo, dai Missing Person o da Roy Orbison, abile nell’arte del travestimento, che gira cortometraggi assurdi, invitando i giornalisti nelle loro camere esigue e che firmano un contratto con la Burger Records. È una poesia scritta di punk, rockabilly, doo-wop e garage. Più punk, più scomposto: gli Hunx and His Hunx che Shannon raggiungeva su richiesta di Seth Bogart. Sola, Shannon offre a se stessa un altro scenario. La sua voce consunta si sposa con la soul doo-wop dei grandi gruppi femminili, Ronettes, Shirelles o Shangri-Las, già in germe in Onion dei Clams prodotto da Dan Auerbach. E se Shannon tiene ancora il basso, si trova in una posizione principale. Fan dei Clams, il cantante dei Black Keys ha invitato Shannon con una telefonata nel suo studio Easy Eye Sound. La bionda prosperosa è corsa al volo, sei pezzi in tasca, per raggiungere una cricca di musicisti superdiplomati, il tempo di realizzare il destino che le era stato promesso. I vecchi hanno registrato con Aretha, Elvis o Dusty... Roba da far arrossire. Roba da far arrossire soprattutto i suoi amori spezzati e malinconici, far saltare le cuciture della sua voce felina e mostrare il suo carisma di grande cantante. Melodie scintillanti anni '60, arrangiamenti cinematografici di un buon James Bond, Auerbach ha scolpito un album su misura, classico e di classe. Con leggeri tocchi di glockenspiel, di vibrafoni e carillon, che sprigionano quel dolce odore di chiuso del passato. Dan ha fatto il suo Phil Spector, ha messo a profitto il genio di Shaw, svelato la diva. © Charlotte Saintoin/Qobuz
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Musica alternativa e indie - Uscito il 18 maggio 2018 | Marathon Artists

Hi-Res Riconoscimenti 4F de Télérama - Qobuzissime
Il secondo album in studio di Courtney Barnett è tanto geniale quanto semplice. Non semplicistico, semplice. Il rock’n’roll partorito dalla giovane australiana è anzi di una purezza e di una limpidezza quasi disarmante. Perché? Perché contiene grandi canzoni. Sì, avete letto bene, canzoni. Quella «cosa» che fa sì che un disco sia o meno un buon disco… Come la compilation del suo doppio EP iniziale ( A Sea of Split Peas), il suo primo album (Sometimes I Sit And Think, And Sometimes I Just Sit) e il suo disco in coppia con Kurt Vile (Lotta Sea Lice), questo Tell Me How You Really Feel mette in fila dieci trip che alternano alla perfezione caustico humour e confessione sincera. Soprattutto, la Barnett si rivela molto più introspettiva rispetto al passato. E siccome le va tutto a gonfie vele, sia sul piano professionale (un impressionante successo di pubblico e di critica a livello internazionale) che su quello sentimentale (la sua love story duratura con la compagna e collega Jen Cloher), si sente che l’australiana si è presa il tempo necessario per rifinire una a una tutte e dieci queste composizioni. Il tocco di classe, poi, è dato dal fatto che tratta temi universali triti e ritriti (amori, ansie, frustrazioni, opinioni) senza mai cadere nel cliché. Come al solito, infatti, Courtney Barnett riveste la sua prosa di un inappuntabile indie rock chitarroso, mai sovraccarico, influenzato dai suoi idoli di sempre (Lou Reed, Kurt Cobain, Neil Young, Jonathan Richman…) e per cui ha invitato, su due tracce, le sorelle Deal, Kim e Kelley dei Breeders. Com’è che diceva Neil Young già nella sua famosa Hey Hey, My My, Rock’n’roll can never die. © Marc Zisman/Qobuz
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Musica alternativa e indie - Uscito il 06 aprile 2018 | Transgressive

Hi-Res Riconoscimenti Qobuzissime
Un viaggiatore. Un narratore. Un tuttofare. Un collezionista. E soprattutto un autore. Cosmo Sheldrake è tutto questo. E altro ancora! Uomo-orchestra virtuoso, che sa suonare un numero indecente di strumenti, questo giovane britannico è l’artefice di piccole sinfonie magiche e apolidi. Canzoni che evocano sia lo spirito di fanfare caro a Beirut (a cui, comunque, il pensiero torna spesso) sia la musica ripetitiva e minimalista, le musiche del mondo, il pop barocco nel senso in cui lo intendevano i Kinks di Village Green Preservation Society alla fine degli anni ’60, l’universo dell’icnoclasta Moondog e mille altri suoni. Suoni che Cosmo Sheldrake si diverte a raccogliere ai quattro angoli del mondo, con un registratore portatile sempre a portata di mano. Ma la forza di The Much Much How How And I consiste nel non cadere mai nel chiacchiericcio sperimentale. Al contrario!! La canzone, quella vera, con un inizio, un mezzo e una fine – compresi ritornello e melodia – rimane il suo primo graal. L’album è toccante e bello, perché concepito con questo scopo in mente. Con il produttore elettronico Matthew Herbert alla console, anche lui avvezzo ai collage spaziali, The Much Much How How And I possiede l’immaginazione esuberante di un testo di Lewis Carroll e tutti i colori sonori dell’arcobaleno. A colpo sicuro il più Cosmo-polita dei Qobuzissimi! © Marc Zisman/Qobuz
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Musica alternativa e indie - Uscito il 02 marzo 2018 | Domino Recording Co

Hi-Res Riconoscimenti Qobuzissime
Interferenze garantite! Sono australiani, giapponesi, neozelandesi, inglesi e coreani e sono approdati nella capitale britannica. Amano il pop di ieri e di oggi e fanno collage musicali con la stessa facilità con cui altri respirano. E se i Superorganism fossero IL gruppo che meglio traduce lo spirito del tempo? Questo giovane collettivo di musicisti internazionali incontratisi tramite YouTube, tutti fanatici di cultura pop, ha composto, registrato e prodotto il suo primo album in uno studio dell’est londinese, là dove vivono tutti insieme! È lì che è nato questo disco solare, arcobaleno di indie pop minimalista, sintetico e pimpante, stravagante e caleidoscopico al punto da sedurre Frank Ocean e Ezra Koenig dei Vampire Weekend. C’è chi penserà subito ai cugini lontani di The Avalanches, The Go! Team o I’m From Barcelona, ma c’è nei Superorganism una dimensione onirica e un senso di pace e beatitudine che è loro e basta e che trasforma questo primo album in un piacevolissimo Qobuzissime. © Marc Zisman/Qobuz
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Musica alternativa e indie - Uscito il 26 gennaio 2018 | LasVegas Records

Riconoscimenti Qobuzissime
Sin dal loro primo album, Spanish Disco, uscito nel 2015, la musica dei Leyya impazza sulle radio austriache. I due viennesi di adozione, Marco Kleebauer, produttore e compositore, e Sophie Lindinger, voce, si conoscono sin da piccoli e, dal 2014, formano un duetto che dal vivo diventa un quartetto. Il loro stile intriso di sonorità elettroniche si è evoluto in questo secondo opus, Sauna. I suoni al sintetizzatore di Marco si sono trasformati in viaggi melodici di pop contemporaneo, a cui la voce fresca ed eterea di Sophie ‒ che a tratti ricorda quella di Feist ‒ dona quel quid in più. I testi sono stati scritti nel 2017 durante il loro tour europeo, senza fretta, perché Marco e Sophie sono dei veri artigiani del suono che lasciano alle cose il tempo necessario per maturare, una caratteristica che d’altronde non riguarda soltanto Sauna. L’approccio dei Leyya ricorda quello di un pittore dalla pennellata precisa e perfezionista. Concentrato di sudore e di accostamenti inediti, Sauna fa colare i beat goccia dopo goccia (Oh Wow), produce calore (Heat, Drumsolo) e lascia persino udire qualche brontolio (Candy). Dopo una simile esperienza sudorifera, difficile non evaporare con l’arcobaleno. I Leyya trasformano l’inverno in estate e colorano la nebbia. Un album Qobuzissime perfetto per la stagione! © SD/Qobuz
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Musica alternativa e indie - Uscito il 12 gennaio 2018 | Dead Oceans

Hi-Res Riconoscimenti 4F de Télérama - Qobuzissime
Tesi come un perizoma XS su un didietro XL, gli Shame non sono tipi che scherzano. E il concentrato di post-punk che costituisce l’essenza del primo album di questo quintetto londinese impressiona per il suo carisma, la sua violenza e la sua originalità. Songs Of Praise suona addirittura come la finta colonna sonora ufficiale di un’Inghilterra grigissima, discretamente frustrata e decisamente sul chi va là. C’è molto dei The Fall, dei Gang Of Four e dei Killing Joke in questo fascio di nervi sonoro, senza tuttavia che la faccenda suoni retrò né tantomeno datata. Proprio come Fat White Family, Ought o Vietnam, gli Shame vivono nel 2018 e si sente! In diretta da Brixton, il cantante Charlie Steen, insieme ai chitarristi Sean Coyle-Smith e Eddie Green, al batterista Charlie Forbes e al bassista Josh Finerty producono e ingabbiano il loro nervosismo simil-viscerale in canzoni che sono come pugni (Dust On Trial), a volte velenose e lancinanti (The Lick), a volte più affabili (One Rizla). Senza vergogna né additivi, gli Shame fanno un rock intransigente. Fin dal primo ascolto di Songs Of Praise il corpo esce tramortito eppure ne vorrete ancora. © MZ/Qobuz
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Musica alternativa e indie - Uscito il 10 novembre 2017 | La Castanya

Hi-Res Riconoscimenti Qobuzissime
Il pop psichedelico, la musica surf, lo shoegaze e, tra gli altri il dream-pop, non sono un’esclusiva di Stati Uniti e UK, non più almeno. Anche a Barcellona si sono impadroniti di questo linguaggio elettrico e sognante. Laggiù, nel cuore della capitale catalana, quattro (due Cileni e due Spagnoli) esperti in melodie zuccherate indossate da chitarre oniriche riverberanti, hanno fatto nascere un disco superbo e solare. Giusta la scelta del nome, Secret Place, una piccola isola d’edonismo pop dove le sei corde cristalline e le voci al cloroformio dettano legge. Si nota un tratto raffinato dove le influenze contemporanee pullulano (DIIV, Beach House, Black Lips, Wild Nothing, Real Estate, Beach Fossils) lasciando spazio però, a un tono molto personale. Un caldo Qobuzissime è quel che ci vuole per proteggersi dall’inverno che si avvicina… © MZ/Qobuz
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Musica alternativa e indie - Uscito il 13 ottobre 2017 | Downtown JV

Hi-Res Libretto Riconoscimenti Qobuzissime
Nella serie «dell’hipster, chi più ne ha, più ne metta», Lawrence Rothman sembra fungere da campione del mondo. Un viso (e una voce) androgino adatto alle pagine satinate delle riviste di moda, una passione per il trasformismo degno della fotografa Cindy Sherman (Rothman cambia faccia a ogni videoclip!) e pieno di amici scrupolosamente selezionati per dargli man forte (Kim Gordon dei Sonic Youth, Angel Olsen, Marissa Nadler, Duff McKagan dei Guns N’Roses, Stella Mozgawa dei Warpaint, Tom Krell ovvero How To Dress Well, il bassista Pino Palladino, Kristin Kontrol delle Dum Dum Girls…), non manca nessuno all’appello! A livello di sonorità, Rothman fa il dandy soul/R&B fuggiasco degli anni ’80. Spesso fa pensare ai Talk Talk, a David Bowie, Depeche Mode o a volte Prince e, più vicino a noi, a Ariel Pink e How To Dress Well. Ma sotto questa vernice appariscente che ha il buon profumo dell’effimero, il suo album –il primo– racchiude canzoni dalle melodie stupefacenti. Si tratta di composizioni sorrette da una scrittura catartica con la quale Rothman evoca la ricerca personale di un’identità che definisce come non-binaria (genderqueer). Questo Californiano nato a Los Angeles 35 anni fa e che dice di essere appassionato tanto di Charles Bukowski quanto di R. Kelly, Tupac Shakur e Leonard Cohen, ha firmato con The Book Of Law uno dei dischi tra i più emozionanti del 2017. Un Qobuzissimo altamente raffinato. © MZ/Qobuz
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Musica alternativa e indie - Uscito il 06 ottobre 2017 | Abbey Records

Hi-Res Riconoscimenti Qobuzissime
L’Inghilterra possiede una capacità unica a reinventare la ruota rock’n’roll. Quando tutto sembra essere stato detto e ridetto, lei procrea regolarmente giovani band che apportano la loro pietra unica a un edificio già solidamente costruito. E benché le influenze possono apparire evidenti a prima vista, il tocco personale si fa largo e prende il controllo delle ostilità. Pale Saes fa parte di quelle razze di combo che esplodono in bocca sin dal primo album. In riva al mare, a Southampton, di fronte all’isola di Wight, il cantante Jacob Scott, il chitarrista Graham Poole, il bassista Matthew Bishop e il batterista Andrew Richardson hanno attinto nei primi album dei Radiohead o dei Suede per stabilire la propria legge rock’n’roll. Ma se questo gusto pronunciato per il rock inglese degli anni 90 salta alle orecchie durante tutto l’ascolto di Stargazing For Beginners, la capacità che questo quartetto inglese ha di tessere delle solide tele chitarristiche rende questo primo album totalmente originale. Essenzialmente registrato di notte in un’antica abbazia, ecco un disco Qobuzissime che stuzzica l’istinto animale dei fan di gruppi chitarristici. Una vera e propria rivelazione.
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Musica alternativa e indie - Uscito il 08 settembre 2017 | Bonsound

Hi-Res Riconoscimenti Qobuzissime
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Musica alternativa e indie - Uscito il 21 luglio 2017 | Columbia

Hi-Res Libretto Riconoscimenti Qobuzissime
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Musica alternativa e indie - Uscito il 07 luglio 2017 | Vertigo - Capitol

Hi-Res Riconoscimenti Qobuzissime
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Musica alternativa e indie - Uscito il 19 maggio 2017 | ATO Records

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A/B

Musica alternativa e indie - Uscito il 10 giugno 2016 | Elektra (NEK)

Hi-Res Libretto Riconoscimenti Qobuzissime
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Musica alternativa e indie - Uscito il 03 giugno 2016 | Marathon Artists

Hi-Res Libretto Riconoscimenti Qobuzissime