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What is a Qobuzissime? It’s an award presented by Qobuz for a first or second album.

Pop or Reggae, Metal or Classical, Jazz or Blues, no genre is excluded. More often than not the award is presented to a newly discovered artist.

Sometimes it might be a particularly quirky or a crossover album from a discography.

The important aspects are uniqueness, sincerity and quality. We look for these things in the recording, the project and the sound identity.





Gli album

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Unlearning

Walt Disco

Musica alternativa e indie - Uscito il 01 aprile 2022 | Lucky Number

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Dopo Young Hard and Handsome, un EP autoprodotto pubblicato nel settembre 2020 e che includeva l’epica Hey Boy (You're One of Us), i Walt Disco hanno pubblicato il loro primo, esuberante full-length per l'etichetta Lucky Number. Il sestetto di Glasgow, i cui membri si sono conosciuti ad un party nel 2016, non ha tergiversato. Non tanto nel suonare insieme, nel registrare o nel farsi conoscere, ma nel trovare un loro stile. Ispirati collettivamente dall’amore, dall’androginia e dall’epoca in cui stiamo vivendo, i giovani scozzesi hanno preso ispirazione da Scott Walker, David Bowie, dai loro connazionali Orange Juice e Associates (ma anche da SOPHIE e Arca) per avvolgere la loro prosa in un’eloquente miscela di post-punk anni ‘80, glam rock e pop futuristico. Il look, così come la loro musica, non va a pescare nel passato, al contrario. Gli ex studenti dell’Università di Glasgow ne utilizzano il linguaggio per raccontare la storia di una gioventù intrappolata in un millennio difficile. “La nostra musica ha un tocco teatrale e glamour, non è mai davvero discreta. La migliore recensione che abbiamo ricevuto è stata: ‘i Walt Disco dovrebbero riscrivere il Rocky Horror Picture Show’”, racconta il cantante James Potter.Unlearning, che in origine doveva intitolarsi Unlearning The Perfect Life, parla di decostruzione e di libertà. “Tu dici che siamo stupidi, io dico che siete vecchi/Da quando sei diventato così stupidamente freddo?/Bloccato nel passato, ti sei perso in esso/Lasciateci essere giovani, duri e belli”, canta James sopra la prominente linea di basso di Cut Your Hair. Al limite dell’opera rock, questi dodici frammenti, ai quali le sperimentazioni elettroniche di The Costume Change fanno da interludio, trovano la loro drammaturgia nelle inflessioni vocali di James - che ha imparato da un cantante d’opera a sua volta fan di Freddie Mercury - e nei cori dei suoi compagni di band (How Cool Are You?). Ma si declinano anche attraverso una sorta di universo distopico, dove il pathos della darkwave (Weightless), la gioiosa turbolenza dance pop in stile Dead Or Alive (Selfish Lover), con l’ausilio di drum machine e synth, si mescola con un angosciante hyperpop (If I Had a Perfect Life, Macilent) intagliato nel vortice dei software. Il revival 2.0 della wave New Romantics che aspettavamo. Obbligatoriamente Qobuzissime! © Charlotte Saintoin/Qobuz
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Reeling

The Mysterines

Rock - Uscito il 11 marzo 2022 | Fiction

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Grazie allo stuzzicante “grunge” giovanile dell’EP autoprodotto Take Control nel 2019, i Mysterines, formati in origine dalla cantante/chitarrista Lia Metcalfe, da George Favager (basso) e da Chrissy Moore (batteria), avevano attirato l’attenzione dei talent scout della piattaforma BBC Introducing, che li ha inseriti nelle loro radio e li ha invitati a suonare sul palco del festival di Reading e Leeds. Questa enorme esposizione ha permesso alla band di fare da supporter per artisti come Royal Blood e The Amazons, creando al contempo un’aspettativa per il loro primo full-lenght. Uscito per l'etichetta Fiction, Reeling, un concentrato di rock di 43 minuti, ha permesso al trio di Liverpool di uscire allo scoperto. Non senza difficoltà. Dopo un anno di alterne vicende, un cambio di batterista e l’aggiunta di un chitarrista, il neo-quartetto si è rinchiuso per tre settimane negli studi di registrazione Assault & Battery di Londra, tra due lockdown, sotto l’occhio vigile della produttrice e ingegnere del suono Catherine Marks (Foals, Wolf Alice, The Killers). Il tutto, a volte in una sola ripresa.Un periodo di gestazione difficile che ha finito per essere proficuo, come racconta il batterista Paul Crilly: “Non potevamo uscire o passare del tempo con altre persone senza pensare all’album. È stato un vero sollievo consegnarlo una volta che abbiamo finito di registrarlo!” Anche questa tensione è stata catturata tra le quattro mura dello studio, creando la materia prima che compone le tracce. Lo sfogo di tanta pressione, di questo rock sui carboni ardenti, si apre con Life's A Bitch (But I Like It So Much), seguita da Hung Up, caratterizzate da riff corposi e carichi di saturazione. La pressione si allenta man mano, anche se la tensione resta tangibile sulla più country Old Friend / Die Hard, così come sulla ballata chitarristica Still Can You Home, per finire in maniera inquietante con la lentezza cupa e insidiosa (alla Nick Cave) di Confession Song, con il suo piano dal sapore gotico. “Quando ho ascoltato per la prima volta il test pressing, ho vissuto di nuovo tutti quei momenti in studio”, afferma Crilly. Spinto dalla voce di Lia, perfetta sacerdotessa della devastazione, Reeling rivela una vasta gamma di sfumature, dal rock sfrenato al garage immortalato sul momento, passando per melodie pop più delicate e pacate. Un traguardo incredibile e una prova di maturità per una band appena uscita dall’adolescenza. Insomma, una band da Qobuzissime! © Charlotte Saintoin/Qobuz
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The Overload

Yard Act

Musica alternativa e indie - Uscito il 07 gennaio 2022 | Universal-Island Records Ltd.

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Quando il cielo è grigio come in questo periodo, l'atmosfera diventa quella ideale per dare spazio alla brulicante scena revival post-punk che agita il pianeta indie dall'inizio degli anni 2010. Ma come ci si può districare in una selva così fitta composta da band come Fontaines DC, Shame, Girl Band, Dry Cleaning e da mille altre, tutte armate di chitarre squadrate e di vocalist più vicini alla poesia o alla declamazione che alla canzone vera e propria? Per raggiungere questo obiettivo, gli Yard Act prendono tutti i punti di riferimento e le influenze classiche del genere (come The Fall, Gang of Four, Wire, i primi Talking Heads) declinandoli in modi inaspettati. Inoltre, non si limitano (come alcuni loro colleghi) ad apparire come una bolgia elettrica carica di nervi o il solito sguardo sprezzante nei confronti della società (post-Brexit) che va a rotoli. Tutt'altro: gli Yard Act incanalano la loro rabbia per svilupparla attraverso diverse forme espressive. Infatti, è con un tempo quasi pacifico, quello del brano 100% Endurance, che si chiude The Overload, il brillante primo album di questo quartetto di Leeds. Al microfono, James Smith è un degno erede del mitico e carismatico leader dei The Fall, il compianto Mark E. Smith, con un pizzico di groove in più. Insieme al chitarrista Sam Shipstone, al bassista Ryan Needham e al batterista Jay Russell, Smith riveste il suo cinismo e la sua rabbia con abiti vivaci. Si tratta quasi una sorta di dandismo proletario sotto anfetamine, che a volte può ricordare (e non poco) gli Sleaford Mods, Ian Durry e i suoi Blockheads o anche i Pulp! Le vignette di James Smith, mai caricaturali e caratterizzate da un oscuro realismo, sono spesso ironiche, oltre che musicalmente eclettiche. Abbastanza per lasciare un segno e rendere The Overload un album tra i più esplosivi del 2022. © Marc Zisman/Qobuz
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Comfort To Me

Amyl and The Sniffers

Musica alternativa e indie - Uscito il 10 settembre 2021 | Rough Trade

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La punk band più elettrizzante degli ultimi anni, l'abbiamo detto in passato e lo diremo ancora: sono loro. Questi australiani, guidati dalla brillante Amy Taylor, stanno gradualmente scalando le vette della notorietà con i loro live esplosivi. Dopo due EP e un primo album omonimo registrato in Inghilterra con Joey Walker dei King Gizzard & The Lizard Wizard, che gli è valso il premio come miglior rock band ai prestigiosi Aria Awards, ecco che arriva Comfort To Me e la sua copertina deforme. Il nome Comfort To Me è nato dal periodo di confinamento in cui Amy, Bryce Wilson (batteria), Dec Martens (chitarra) e Fergus Romer (basso), a porte chiuse in una casa di Melbourne, lavoravano quotidianamente su quelli che sarebbero diventati brani ossessionanti con una viscerale energia garage. La ricetta ereditata da Cro-Mags o Cosmic Psychos differisce leggermente dalle precedenti uscite: sezione ritmica ripetitiva e bruciante, testi semplici, crudi e in loop, chitarre urlanti più elaborate, brani ultra brevi. Differenza da notare: una produzione più attenta. Ma la cosa migliore è lasciare che sia Amy stessa a parlarne: "Se dovessi spiegare com'è questo disco, direi che è come guardare un episodio di La Tata (The Nanny), solo che l'ambientazione è la fiera dell’auto australiana: Fran è interessata alle questioni sociali, ha letto qualche libro e il signor Sheffield sta bevendo birra al sole. È una Mitsubishi Lancer che va leggermente oltre il limite di velocità in una zona scolastica. È rendersi conto di quanto sia bello indossare i pantaloni a letto. È avere qualcuno che vuole prepararti la cena quando sei molto stanco. Sono io che faccio shadow-boxing sul palco, coperta di sudore, invece di stare tranquillamente seduta in un angolo". Confortante perché è fuori dagli schemi, quindi. Come quello che piace a noi. © Charlotte Saintoin/Qobuz
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Memory Device

Baba Ali

Musica alternativa e indie - Uscito il 27 agosto 2021 | Memphis Industries

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Babatunde Teemituoyo Doherty, alias Baba Ali, è un uomo degli anni '80. Ma non solo. Memory Device lo dimostra appieno. Cresciuto con le sonorità di Prince, Michael Jackson e persino Femi Kuti (un amico di famiglia), oltre a D'Angelo e J Dilla, questo nativo del New Jersey dalle origini nigeriane riesce combinare la brillantezza del funk, la freddezza del post-punk, l'effervescenza della dance e una moltitudine di suoni all'interno del suo sorprendente album, Memory Device. Ali, come un esteta, è alla ricerca dell'arte assoluta. Già al liceo, con il suo duo Voices Of Black, disse: “Beh, siamo due ragazzi neri ma ascoltiamo i Radiohead e i Joy Division e un sacco di altre cose: non vogliamo sentirci etichettati, bensì creare una musica assoluta, che spazia ovunque sfiorando tutto.” Seguendo questa filosofia, ha inventato l'espressione “yarchismo”, che definisce il processo di creazione istintiva necessario per raggiungere la purezza. Un processo utilizzato per creare i demo maturati dai corsi d'arte che Ali ha seguito alla Brown University, e che hanno affascinato il suo compagno di classe Nicolas Jaar. Quest'ultimo in seguito li ha aiutati a pubblicare il loro primo EP sull'etichetta electro Wolf + Lamb (Seth Troxler, Shaun Reeves) dalla quale lui stesso era emerso. Nomad (2017) e This House (2020) sono seguiti a ruota, due primi EP pieni di grime, generati dall'ascolto ripetuto di LCD Soundsystem o Iggy Pop, scoperti a Londra, dove vive.Scritto in solitudine durante il lockdown e registrato tra settembre 2020 e febbraio 2021 con Al Doyle (Hot Chip, LCD Soundsystem) nell'East London, questo primo LP è ispirato tanto da James White And The Blacks quanto da Heaven To A Tortured Mind (2020) di Yves Tumor, e per sua stessa ammissione, si tratta di un vero schiaffo in faccia. Possiamo trovare la post-disco della fine degli anni '70 così come degli esperimenti d'avanguardia che dipingono fumose atmosfere (Better Days, Nuclear Family) e la sua voce, distorta e alterata, su testi a volte cupi (“I've seen better days”). In questo riuscito lavoro, dominano i synth (Nature's Curse, Got An Idea), i bassi e i beat sostenuti (Black Wagon), le rotondità del funk e della new wave (Draggin' On, Temp Worker). Ma al di là del pluralismo referenziale, ciò che ammalia è la tensione che intercorre da una traccia all'altra, perfetta per un viaggio notturno e catartico in un club. In breve, un Qobuzissime che è come un tesoro, la cui formula diventa ancora più magica se condiviso. © Charlotte Saintoin/Qobuz
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To Enjoy is the Only Thing

Maple Glider

Musica alternativa e indie - Uscito il 25 giugno 2021 | Partisan Records

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Un'intonazione. Un insieme di parole. Una sonorità onirica. La struttura di una melodia... Queste piccole cose permettono di farsi distinguere nel mucchio, soprattutto quando si tratta di canzoni introspettive e di indie folk pop. Tori Zietsch - alias Maple Glider - si distingue proprio grazie a queste caratteristiche. L'australiana che è passata da Brighton prima di tornare a Melbourne può anche competere, senza timore, con musiciste del calibro di Cat Power, Adrianne Lenker, Angel Olsen, Julia Jacklin o Sharon Van Etten... I temi trattati potranno anche essere classici, o convenzionali (un'educazione rigida e religiosa, il primo amore, un risveglio alla realtà, la solitudine, la distanza geografica), ma To Enjoy Is the Only Thing si approccia all'intimità con un tono singolare. Una sfumatura umoristica o una confessione garbata le permettono di evitare di appesantire temi già delicati, o di utilizzare parole convenzionali e scontate. Ma soprattutto, il suo album è la cornice di una voce semplicemente sublime. E in sequenze di totale purezza come Be Mean, It's Kinder Than Crying, dove la sua voce leggermente riverberata si sovrappone agli stessi due accordi ripetuti ciclicamente, Maple Glider è travolgente. In una nota, scrive: “Questo è quello che questo album rappresenta, a mio avviso: passeggiare tra gli alberi coperti di ghirlande a metà settembre, nuotare lungo i Calanchi nel sud della Francia, la brina sul cofano di una macchina, l'oscurità alle 4 del pomeriggio, la luce fino alle 10 di sera, la sensazione di intorpidimento, la nebbia grigia e perpetua che avvolge la Costa d'Argento, il colore rosso, questo orribile vestito verde, il vino rosso, il sangue rosso, le labbra rosse, il rosso del vestito dei cardinali, la Svizzera, i diari di mia madre, il rapporto di un coroner, il sole sul mio viso, la fine dell'amore...” Arrivando al termine dell'ultimo brano di questo primo album, emozionante come non mai, ci si trova sopraffatti da questi 35 minuti fuori dal tempo, pieni di grazia e garbo... © Marc Zisman/Qobuz
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Mammoth WVH

Mammoth WVH

Rock - Uscito il 11 giugno 2021 | EX1 Records

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Il nome Van Halen ha decisamente fatto notizia tra la fine del 2020 e l'inizio del 2021. Innanzitutto, purtroppo, per la morte del brillante chitarrista Eddie Van Halen, il 6 ottobre 2020. In secondo luogo, e questo è per un evento assolutamente più piacevole, per la tanto attesa pubblicazione del primo album da solista di suo figlio Wolfgang. Il termine “album da solista” assume qui il suo significato più compiuto, dato che il (neo) trentenne ha piena padronanza di tutti gli strumenti e ha composto e suonato il tutto completamente da solo, a partire dal 2015. L'unico aiuto esterno: Michael “Elvis” Baskette (che ha lavorato con Alter Bridge, Slash feat. Myles Kennedy & The Conspirators) si è occupato della produzione, ovviamente impeccabile. Ma va sottolineata una cosa: al di là della performance musicale e vocale, è soprattutto il senso della melodia a stupire. Come Dave Grohl (un altro musicista che si è messo alla prova come one-man band), Wolfgang Van Halen prende bene la mira e coglie nel segno con delle canzoni davvero solide. Quasi ogni brano di Mammoth WVH potrebbe diventare un potenziale singolo, così perfettamente equilibrato, da cantare tutto il giorno. Radio friendly? Abbastanza, ma non a caso: gli arrangiamenti vocali sono ricchi e raffinati, e la strumentazione è accuratamente calibrata. Wolfgang ha capito che il grande errore da evitare, come “figlio di”, era quello di seguire le orme ancora fresche di papà Edward. Così, anche se gli assoli di chitarra sono molto efficaci, rimangono occasionali. Il polistrumentista preferisce esplorare altre strade. La sua esperienza con i Tremonti ha ovviamente avuto una forte influenza sulla sua musica, ma ci sono altri ingredienti - che piaceranno molto ai fan dell'alternative rock - come i rimandi a Queens Of The Stone Age, Sevendust e Foo Fighters. Se a volte flirta con l'hard rock, è sul versante degli Alice In Chains o delle produzioni più recenti dei Winger che dobbiamo cercare un riferimento (basti ascoltare You're to Blame), ma se andiamo indietro alle radici dell'albero genealogico musicale di questa one-man band, non c'è dubbio che tutto parta da quei “quattro ragazzi di Liverpool”. Questo senso della hit, del ritornello giusto al momento giusto sa dove prenderlo. Mammoth è stato il primo nome della band Van Halen. Wolfgang la scelse per il suo progetto, con la benedizione del suo illustre padre e degli altri membri della defunta band. È certamente un bel tributo alle sue radici, ma bisogna dire che iniziando la sua carriera con un album di questa qualità, realizzato tutto da solo e libero da qualsiasi influenza paterna, Wolfgang Van Halen dovrà il suo (prevedibile) successo solo al suo talento. Continuerà a far brillare il mito di questo nome con le sue mani. I curiosi verranno per vedere, ma resteranno per ascoltare. Questa è una certezza. © Charlélie Arnaud/Qobuz
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Mercy

Natalie Bergman

Pop - Uscito il 07 maggio 2021 | Third Man Records LLC

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Con questo primo album da solista, che ha scritto, eseguito, registrato e prodotto quasi da sola, Natalie Bergman ha voluto condividere il suo personalissimo mondo con gli altri. Perché Mercy è un universo a sé stante. Dodici canzoni singolari, spirituali, che parlano di morte e resurrezione, accompagnate dalla sua voce versatile e da un'atmosfera vintage che sembra appartenere ad un'epoca passata... Natalie Bergman ha trascorso un decennio a cantare nei Wild Belle con suo fratello Elliot, un duo con sede a Los Angeles con un'inclinazione per il pop, il reggae, lo ska e la psichedelia. Quella vita è andata in pezzi il giorno in cui i loro genitori sono stati uccisi da un automobilista ubriaco. Cresciuta con una forte fede, Natalie ha deciso di ritirarsi in un monastero nella Chama Valley del New Mexico. E lì è nato Mercy, un disco catartico, avvolto nell'essenza della musica gospel, che secondo lei è la vera sorgente del rock'n'roll. Una opera unica, eterna, che sottolinea la sua visione della musica, che lei considera sacra e curativa “La mia fede e la mia musica sono entrambe essenziali per la mia esistenza. Canto molto di ciò che considero 'casa' in questo album. Il mio paradiso, il mio cielo. Credere nell'esistenza di quel luogo è stato il mio più grande conforto. Avevo il bisogno di sapere che mio padre si trovava lì. La sua morte improvvisa ha portato la mia mente in un caos vorticoso. La musica gospel mi dà speranza. È la buona novella. È esemplare. È un veicolo di verità. Può tenerti in vita. Questo album mi ha concesso la speranza che io stessa potessi tornare a vivere”.Un affascinante ritorno tra i vivi attraverso la musica gospel che non vira mai verso il bigottismo, anzi, va persino oltre la fede. Mercy è un'opera che profuma di cultura musicale: i suoni e la strumentazione di questo album devono tanto al rock degli anni '50 quanto al soul degli anni '60 o all'highlife dell'Africa occidentale. Non sorprende che Natalie Bergman sia cresciuta in una casa dove suonavano gli album di Dylan ed Etta James... ma anche di Pharoah Sanders, Lou Reed, Alton Ellis e Lucinda Williams. Ed è altrettanto logico che un musicista colto come Jack White l'abbia scelta per la sua etichetta Third Man Records, una label dotata di buon gusto, dove anche altri musicisti non disdegnano di trarre la propria ispirazione dal passato... La morte ha cambiato la sua vita, la sua musica può cambiare la vostra: Natalie Bergman è un dono del cielo. © Marc Zisman/Qobuz
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Terra Firma

Tash Sultana

Musica alternativa e indie - Uscito il 05 febbraio 2021 | Lonely Lands Records

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Dietro la copertina di Terra Firma, con la sua veste grafica quasi mistica, degna di un gruppo progressive rock anni '70, si nasconde l'inclassificabile secondo album di Tash Sultana. La musicista australiana è una di quelle che hanno iniziato a suonare molto presto, e da sole. All'età di tre anni, suo padre le regalò la sua prima chitarra. Da adolescente, si esibiva come artista di strada nella sua nativa Melbourne. Ma nel 2016, Natasha Sultana ha conquistato il resto del mondo con la sua musica, superando i 70 milioni di visualizzazioni sui social media con il brano Jungle, frutto delle sue bedroom sessions trasmesse su YouTube dalla sua cameretta; brano che è arrivato terzo nell'ambita classifica Triple J's Hottest 100. Dopo alcuni EP, nell'estate del 2018 la giovane australiana pubblicherà il suo primo album, sulla sua etichetta indipendente, la Lonely Lands Records. Flow State è un patchwork pop-soul come quello dei suoi esordi, in cui Tash suona tutti gli strumenti (ne padroneggia una ventina) utilizzando loop ed effetti della sua pedalboard, suo marchio di fabbrica. Da allora, riempie gli stadi e le copertine dei magazine, come Rolling Stone, su cui parla della Stratocaster TC Signature che la Fender le ha dedicato.“Terra Firma è il sole, la terra, ci mettiamo i piedi sopra per ricordare dove siamo, da dove veniamo”, dice la donna che intende trasformare il suo folgorante successo in una carriera a lungo termine. Tash Sultana ha curato personalmente anche gli arrangiamenti così come una parte della produzione, che ha gestito assieme a Matt Corby. E questo si sente fin dalla strumentale Musk, che, con le sue chitarre brillanti, il sax ricco di groove e il basso dalla melodia catchy, apre un album di 14 tracce che oscillano tra soul, R'n'B, funk, folk e pop leggero, su cui lei posa la sua voce alla Erykah Badu e tra le quali spiccano le affascinanti Pretty Lady e Sweet & Dandy. Per arrivare a questa miscela così ricca, ben dosata, ipnotica ma mai ridondante, che lei descrive come “un incontro tra Aretha Franklin, Bon Iver e John Mayer”, Tash ha collaborato con il rapper Jerome Farah (su Willow Tree) e con Josh Cashman (su Dream My Life Away), entrambi di Melbourne. Un vero colpo da maestro, a soli 25 anni. © Charlotte Saintoin/Qobuz
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A Common Turn

Anna B Savage

Musica alternativa e indie - Uscito il 29 gennaio 2021 | City Slang

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Ormai, è diventato un dato statistico: ogni dieci anni, una cantante inglese di nome Anna pubblica il suo album di debutto segnando la sua epoca. Nel 2011 è stata Anna Calvi. Nel 2021, sarà Anna B Savage. Una vera cantante underground, apparsa per la prima volta nel 2015 con un primo EP piuttosto riservato, seguito da qualche concerto e niente più. Non sono molti, quelli che l'hanno vista in concerto, in quel periodo in cui si tenevano ancora i concerti. Ma chi era presente, se lo ricorda bene. Con la sua chitarra accordata in modo bizzarro, come per suonare un blues medievale, e la sua voce elusiva, come se più persone cantassero dentro di lei, Anna B Savage ha stregato un piccolo pubblico, appassionato di quel tipo di musica che si differenzia da tutte le altre. Una figlia naturale di Cat Power, che trasuda uno strano malessere che, nascosto dietro una chitarra, può diventare anche sensuale, intenso e desiderabile. A Common Turn è il suo primo album, ed è come una pozione magica, un unicorno musicale. Su una base di folk contorto, Anna costruisce canzoni che sembrano venire da lontano, dopo un viaggio attraverso lo spazio-tempo musicale. A seconda dei propri riferimenti personali, l'ascoltatore potrà sentire nella voce e nelle melodie degli echi di Beth Gibbons (Portishead), Antony & the Johnsons, Nico, Connie Converse, Dionne Warwick o di cantanti di jazz operistico del passato. Ma A Common Turn non è un disco facile da decifrare, né semplice di per sé. Gli arrangiamenti spaziano dai cori ai ritmi ballabili, fino al suono di questa chitarra segnata dal tempo. Anche quando la sua musica vira verso la magniloquenza, Anna B Savage rimane fragile, incerta, equilibrista, erratica, come se cercasse la strada nelle sue stesse canzoni. Fa pensare ad una Biancaneve che corre in una cupa foresta di alberi intricati e minacciosi, o che aspetta il bacio del principe nel suo sonno avvelenato. E, accanto a lei, tutti gli altri sono come dei nani. © Stéphane Deschamps/Qobuz
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A Little Story

Gystere

Pop - Uscito il 20 novembre 2020 | Licence Kuroneko - Sodasound

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Welcome to Hel

HJELVIK

Rock - Uscito il 20 novembre 2020 | Nuclear Blast

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Erlend Hjelvik, l'ex frontman dei geniali Kvelertak, due anni dopo la sua separazione dal gruppo norvegese torna sulle scene con il suo primo album da solista. Con il loro terzo album (Nattesferd, del 2016), i nativi di Stavanger avevano composto un'opera più ancorata alle radici heavy e black metal (care ad Erlend), a scapito delle influenze punk che avrebbero dato un nuovo fascino alla band. Si può dire che la spaccatura sia iniziata proprio qui. È con Welcome To Hel che Erlend fa sentire di nuovo la sua voce, dopo quattro anni di assenza dagli studi di registrazione. Fortemente ispirato al folklore vichingo, questa sua prima avventura in solitario è epica, imponente e soprattutto composta in modo eccellente. In questo album, l'heavy metal mescolato con influenze doom e black ci riporta direttamente al terzo lavoro dei Kvelertak, ma con una volontà più evidente e risoluta.Fin dalle prime note di Father War, quella che si abbatte su di noi a un ritmo frenetico è una carica di soldati assetati di sangue. L'intenzione dell'album è chiara: mescolando le suddette influenze con il thrash e il rock'n'roll, Erlend ci vuole offrire un manifesto realizzato magistralmente, ricco di momenti generosi sia nella tecnica che nei dettagli mozzafiato. Eppure, il frontman non dimentica ciò che sa fare meglio, e pensa alle folle che dovrà domare quando comincerà nuovamente ad andare in tour in giro per il mondo. Dietro questa gamma di competenze tecniche si nasconde una vera e propria sensibilità per le melodie catchy, che i fan saranno ben lieti di gridare da sotto il palco. Non possiamo fare altro che inchinarci quando veniamo travolti da brani come Glory of Hel, Kveldulv o North Tsar. Una menzione speciale va ai due ospiti dell'album: Matt Pike (Sleep / High on Fire) e Mike Scalzi (Slough Feg), che aggiungono un'ennesima dose di testosterone, come se non fosse già abbastanza!Ispirato e facilmente fruibile, questo album è un vero e proprio manifesto di guerra, un incredibile viaggio in un universo che viene dominato dall'inizio alla fine. Manipolando le influenze come pochi sanno fare, e con la sua scarica di rock'n'roll tinto di heavy, black, doom e thrash, Welcome To Hel si impone come uno degli album metal dell'anno. © Maxime Archambaud/Qobuz
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Working Men's Club

Working Men's Club

Musica alternativa e indie - Uscito il 02 ottobre 2020 | Heavenly Recordings

Hi-Res Riconoscimenti 4F de Télérama - Qobuzissime
Tagliente, asciutta e anticonvenzionale: la sorprendente scena neo-post punk che sta fiorendo nel Regno Unito sta invadendo anche le dancefloor, e questo grazie ai Working Men’s Club. Con l’omonimo album di debutto, il giovane quartetto di Todmorden - 25 chilometri a nord di Manchester - mostra le sue carte, ed è un full di ispirazioni: dai New Order del periodo Power, Corruption & Lies ai The Fall, Human League, Gang of Four e Suicide. 18 anni appena compiuti, il leader dei WMC Sydney Minsky-Sargeant spiega la genesi di queste ispirazioni. “A Todmorden non c’è molto che si possa fare per un adolescente. La città è piuttosto isolata. E può essere abbastanza deprimente vivere in un posto dove, in inverno, c’è luce solo dalle 9 del mattino alle 4 del pomeriggio.” Quindi è logico che questi protetti della Fat White Family si siano messi all’opera. Così, rinchiusi nella loro stanza, hanno fatto violentemente suonare i loro sintetizzatori, le loro chitarre e la batteria. Testi più declamati che cantati, groove instancabili, riff di chitarra e di basso, tutto miscelato in un frullatore, senza tregua. Tenere a freno il proprio corpo è impossibile: si piega, si agita e si contorce al ritmo di questa affascinante sinfonia elettro-rock acido giovanile, che a volte ricorda gli LCD Soundsystem dei primi tempi. I WMC indossano magliette con scritto “Socialism”, battezzano una delle loro canzoni John Cooper Clarke (poeta punk sempre popolare) e cancellano il grigio dai cieli dello Yorkshire, dove sono nati. Quando Sydney Minsky-Sargeant è rilassato entra quasi nell’edonismo new wave (Outside). Ma quando è infuriato, la disco punk tinta di electrofunk si impadronisce della sua anima (Teeth). Questo primo album ci lascia sbalorditi. La sua dimensione impressionante è dovuta anche alla produzione asciutta e diretta di Ross Orton (The Fall, M.I.A., Arctic Monkeys). Senza perdere altro tempo: Working Men’s Club, peschiamo la nostra carta! © Marc Zisman/Qobuz
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Amour Colère

Nicolas Michaux

Pop - Uscito il 25 settembre 2020 | Capitane Records

Hi-Res Libretto Riconoscimenti Qobuzissime
Dietro un nome molto comune e ordinario, Nicholas Michaux scrive e produce canzoni molto originali. Dopo lo scioglimento della sua band "Ete 67", intraprende una carriera da solista, pubblicando A La Vie, A la mort su Tôt ou Tard Records. Nel suo ultimo lavoro, Amour Colère, pubblicato per Capitane Records, continua a sviluppa la sua visione sentimentale della vita quotidiana. Come in Cancer, dove il musicista di origine belga - che divide le sue esperienze di vita tra Bruxelles e l'isola danese di Samsø - gioca con un linguaggio intelligente per affrontare il tema delicato della malattia. Scritto in parte in inglese e in parte in francese, vede Michaux danzare poeticamente dentro e fuori da entrambe le lingue. Il suo stile vocale, malinconico, introverso e sempre essenziale, ricorda la voce nostalgica e rassicurante di Alain Bashung. Tanto eclettico quanto omogeneo, questo disco fonde la classica "chanson" francese (A nouveau) con il pop romantico (Amour Colère, Nos retrouvailles), il post punk romantico (Every Word, Harvesters) e persino il glam rock (Factory)! La produzione è basilare e forse non offrirà la raffinatezza della musica pop moderna, ma questo non vuol dire che pecchi in qualità! Anzi, tutto il contrario! Questo album è splendidamente inquieto, i suoi versi sono magistralmente poetici e i suoi cori sono dolci ma carichi di forza. È davvero un piacere poter ascoltare un linguaggio musicale così raffinato e curato. Questo album è un vero gioiello! © Charlotte Saintoin/Qobuz
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Freier Geist

Sofia Portanet

Punk/New wave - Uscito il 03 luglio 2020 | Duchess Box Records

Hi-Res Riconoscimenti Qobuzissime
Bastano pochi secondi di Freier Geist di Sofia Portanet per trasformare il 2020 nel 1980. Nonostante sia nata alla fine del 1989 e non abbia mai vissuto quell'epoca, l'album di debutto della cantante tedesca (vincitore di un Qobuzissime) instilla nuova linfa vitale alla Neue Deutsche Welle. Gli anni '80 sono stati un periodo in cui Nina Hagen ha regnato - con tanta energia e un po' di follia - sulla new wave e sul post-punk europeo, mentre i Kraftwerk stavano ampliando notevolmente il loro pubblico. Era un'epoca caratterizzata dai ritmi marziali dei D.A.F., dai deliri romantici di Kate Bush, Toyah e Lene Lovich e dallo stravagante pop di Falco e Rita Mitsouko. Tutti questi artisti sono cari a Sofia Portanet, artista nata a Kiev, cresciuta a Parigi e che ora vive a Berlino. Canta brillantemente in tedesco come in inglese e francese, e trova ispirazione anche in quelle grandi voci che hanno mescolato cinema, teatro e cabaret, come Ingrid Caven e Hildegard Knef. In sintesi, l'incantevole Freier Geist è l'equilibrio perfetto tra la nostalgia degli anni '80 (anche senza averli vissuti) e i bagliori della modernità. Ma è soprattutto la potenza che caratterizza la musica di Sofia Portanet a renderla così affascinante. © Marc Zisman/Qobuz
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To Love Is To Live

Jehnny Beth

Musica alternativa e indie - Uscito il 12 giugno 2020 | Virgin Music UK LAS (S&D)

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Con To Love Is To Live, Jehnny Beth vede il suo nome figurare da solo sulla copertina di un album, per la prima volta nella sua intensa carriera. Veramente intensa dato che l’ex metà del duo John & Jehn, salita alla ribalta come cantante del gruppo Savages, è stata scelta prima dai Gorillaz (per We Got the Power), poi ha duettato con Julian Casablancas degli Strokes (su Boy/Girl), interpretato dei film (Un Amour impossible di Catherine Corsini e Kaamelott di Alexandre Astier) ed è stata giornalista/presentatrice radiofonica (in Start Making Sense su Beats 1) e presentatrice televisiva (in Echoes, sul canale Arte). Per non parlare di C.A.L.M.: Crimes Against Love Memories, una raccolta di racconti erotici illustrati dalle foto di Johnny Hostile (l’altra metà del duo John & Jehn), pubblicata nell’estate del 2020. Non aggiungiamo altro! Questa ricchezza, sia essa stilistica, sonora, emozionale o contestuale, è al centro di To Love Is To Live, così come è nel cuore di Camille Berthomier, alias Jehnny Beth. In questo viaggio impegnativo e complesso, Jehnny Beth ha affidato la produzione e gran parte della strumentazione ad Atticus Ross, Flood e Johnny Hostile. Tre complici scelti per scolpire un affascinante mix di post-punk, new wave dal sapore industriale, cold wave elettronica, colonne sonore di film immaginari e rock visceralmente dark. Un’alternanza di territori ricchi di contrasti, enfatizzati anche dagli ospiti che la francese ha invitato, tra cui Romy Madley Croft di The xx, l’attore Cillian Murphy e Joe Talbot, cantante degli Idles...Come una pioggia d’Aprile, si passa dal punk industrial ultra-violento di How Could You - in duo con Talbot - a una ballata da sogno, sostenuta da un sensuale pianoforte suonato dalla stessa Beth, su French Countryside. Nonostante questo eclettismo, To Love Is To Live ha comunque un tono unitario. Come una Polaroid di un mondo complesso, pieno di tensioni, incertezze e domande sull’identità sessuale, sugli estremismi o semplicemente sul futuro del mondo. Un’istantanea che Jehnny Beth ha costruito a sua immagine e somiglianza. Forte e impressionante come lo è la copertina creata da Tom Hingston (che aveva firmato la copertina Mezzanine dei Massive Attack). Ma anche molto umana. La prima canzone dell’album s’intitola I Am. Quella che lo chiude, Human. È la chiusura del cerchio: “I Am Human”. © Marc Zisman/Qobuz
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Meryem

Meryem Aboulouafa

Pop - Uscito il 29 maggio 2020 | Animal 63

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Una voce. Ci pensiamo solo quando il primo album di Meryem Aboulouafa giunge al termine. Lo stato di ipnosi dura 38 minuti, durante i quali l'organo sognante della cantante di Casablanca prende il controllo delle anime e delle orecchie dell'ascoltatore e lo accompagna in un viaggio ibrido, che mescola soul, pop, electro, musica orientale e colonne sonore simil-vere. Ma come per i suoi contemporanei Kadhja Bonet (a cui fa pensare parecchio), Weyes Blood, Jenny Hval e Lana Del Rey, anche l'universo di Meryem Aboulouafa è fatto di suoni, di ambienti e soprattutto di parole... Suo padre le ha fatto innanzitutto ascoltare tutti i classici (Beatles, Stones, Floyd, Dylan, Piaf, Brel, Brassens) prima che studiasse teoria musicale e violino al conservatorio. Ha scritto le sue prime poesie in arabo e francese ed è finita a studiare architettura d'interni all'istituto nazionale di Belle Arti di Casablanca. Con la chitarra in mano, la giovane Meryem ha scritto le sue prime canzoni, che hanno affascinato Manu Barron dell'etichetta Animal 63 (The Blaze, Myth Syzer, Johan Papaconstantino, Gabriel Auguste). Con l'aiuto di Keren Ann, cesella le bozze già consistenti delle canzoni, che vengono abbellite con intelligenza da due esperti della console, Para One e Ojard.“Para One apporta una dimensione cinematografica che mi si addice, perché visualizzo molto i miei testi e la musica”, spiega la cantante. “Ojard invece è più focalizzato sulla melodia, l'orchestrazione e lo sviluppo di suoni complessi e armoniosi.” Qui, un pianoforte pulito. Lì, delle corde liriche neoclassiche. Un po' più avanti, un ritmo marziale. Laggiù, un montaggio trip hop / electro. E stando sempre attenti a non distaccarsi dalla sua voce e dai suoi testi introspettivi. THE FRIEND evoca la preghiera musulmana e la sua gestualità poetica, Deeply si interroga sulla complessità dell'animo umano, mentre Breath of Roma è una dichiarazione d'amore alla cultura italiana, e così via. Undici pezzi di un puzzle che è affascinante dall'inizio alla fine, caratterizzato da una grande finezza emotiva. Non definiremo Meryem Aboulouafa come la figlia nascosta di James Blake e di Oum Kalthoum: questo primo album (che ha meritato un Qobuzissime!) è un'opera di un’artista che dimostra di avere già una spiccata personalità. © Marc Zisman/Qobuz
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What Kinda Music

Tom Misch

Musica alternativa e indie - Uscito il 24 aprile 2020 | Beyond The Groove - Blue Note Records

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C'è un famoso detto che recita: l'unione fa la forza. Due anni dopo il suo album di debutto, il polistrumentista londinese Tom Misch (24 anni, una sorta di pronipote di Jamiroquai), si è unito al suo connazionale batterista-produttore Yussef Dayes (27 anni, la mente dietro al progetto United Vibrations e metà del duo electro-jazz Yussef Kamaal), per firmare questo irresistibile album, What Kinda Music. Finora, il Misch solista ha utilizzato una ricetta musicale molto personale, composta da una miscela di sciroppo di smooth jazz, adagiato su una mousse funk, con una spruzzata di soul, alcune spezie hip-hop e un pizzico di velvet pop. Al suo party ha invitato alcuni grandi nomi, come De La Soul, GoldLink, Loyle Carner o Poppy Ajudha, e ha campionato ad arte sia Roy Hargrove e i Crusaders, che Stevie Wonder e Patrick Watson! Tutti sapori e suoni che rendono la base di questa opera ancora più solida dal punto di vista ritmico. Dal canto suo, Yussef Dayes sfodera le sue ritmiche più jazzate e spinge di più sull’improvvisazione. Ognuno aggiunge il proprio mattoncino ad un edificio costruito pezzo su pezzo in modo realmente collaborativo, e l'equilibrio tra le sequenze strumentali e le sequenze cantate è perfetto. Entrambi sono cresciuti a Peckham, nel sud di Londra, Tom Misch ha visto persino Dayes suonare la batteria in un talent show musicale, quando aveva 9 anni! “Yussef proviene da un background più sperimentale del mio, e ha un sacco di idee folli. Io so come scrivere una melodia orecchiabile, ma con accordi interessanti, e inoltre ho una buona comprensione delle delle forme delle canzoni pop, quindi penso di aver snellito queste idee e di averle rese accessibili.” È la perfetta simbiosi tra questa fruibilità e la raffinatezza nel fondere stili diversi tra loro che rende What Kinda Music un viaggio nel jazz-soul'n'pop rilassato e accessibile a tutti, e non un semplice disco per nerd dell'electro-jazz. Tom Misch e Yussef Dayes possono anche essere orgogliosi di pubblicare il loro album per la prestigiosa etichetta Blue Note, a garanzia di una certa idea di jazz contemporaneo. “Tutto è così diviso e compartimentato di questi tempi”, dice Dayes, “Mi piacerebbe che chi ascolta il nostro disco percepisca che anche due musicisti come noi, molto diversi tra loro, possono trovare una voce comune.” Per quanto riguarda le featuring, il duo ha invitato il rapper Freddie Gibbs (impeccabile crooner lover su Nightrider), Rocco Palladino (figlio dell'illustre Pino, bassista eclettico e folle come il padre, e che frequenta spesso Alfa Mist) e il sassofonista Kaidi Akinnibi. Un Qobuzissime immediato per quest'album, ennesima prova della vitalità della scena jazz londinese di oggi, nella sua veste più funky! © Marc Zisman/Qobuz
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Revel In The Drama

Ren Harvieu

Musica alternativa e indie - Uscito il 03 aprile 2020 | Bella Union

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Dusty Springfield, Adele, Lulu, Sandie Shaw, Duffy... La tradizione soul pop britannica è sempre stata ricca, e il secondo album di Ren Harvieu - meritevole di un Qobuzissime - continua la tradizione delle grandi voci femminili dallo stile retrò tipico degli anni '60. La vita non è sempre stata in discesa per la cantante originaria di Manchester: nel 2011, aveva appena firmato un contratto con l'etichetta Island per la quale stava registrando il suo primo album, quando si è rotta la schiena in un grave incidente e ha passato mesi in un letto d'ospedale. Il suo album Through the Night è stato comunque pubblicato, ma la tiepida accoglienza ha determinato per la cantante un lungo e buio periodo di dubbi e domande interiori. Oggi si è lasciata tutto alle spalle ma ricorda quei momenti difficili in Spirit Me Away e You Don't Know Me, due punti salienti del suo nuovo album, Revel in the Drama.Questa seconda opera è molto probabilmente il frutto del suo incontro con il frontman dei Magic Numbers, Romeo Stodart, che l'ha aiutata a ritrovare la sua passione per la musica e l'ispirazione per registrare di nuovo. Più raffinato del suo predecessore, Revel in the Drama dimostra le influenze di questa incantevole torch singer: lo spirito di Dusty Springfield (o al giorno d’oggi, quello di Rumer) non manca mai, ma è KD Lang e le sue inflessioni vocali che vengono in mente all'ascolto. Il modo in cui Ren Harvieu compone è comunque unico nel suo genere. Anche i passaggi più cupi e oscuri sono sempre punteggiati dal suo caratteristico senso dell'umorismo, quel leggero sarcasmo tipicamente british. La libertà che esprime nel tono e nella scrittura è simile a quella di Fiona Apple, uno dei suoi idoli. Revel in the Drama è una magnifica collezione di canzoni commoventi e senza tempo, gioielli di pop vintage avvolti da superbi toni easy listening, con arrangiamenti di alta qualità. Canzoni che si possono canticchiare a lungo, fino a notte fonda. ©️ Marc Zisman/Qobuz
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925

Sorry

Musica alternativa e indie - Uscito il 27 marzo 2020 | Domino Recording Co

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Dire che una band non suona come le altre è quasi come dire che suona come tutte le altre. Oggi che viviamo in un’era dove i confini stilistici sono aperti e ascoltiamo la musica in shuffle, possiamo dire che i Sorry (una band che è 2020 al 100%) sono ancora meno categorizzabili. Con un autentico spirito rock e idee che sono ordinate come la camera da letto di un adolescente, il primo album di Asha Lorenz e Louis O’Bryen è uno degli album più sorprendenti del momento. Il tempo avrà senza dubbio aiutato questi due londinesi a perfezionare 925 dato che i due si conoscono fin dalle scuole superiori. Senza competizione, solo un grande sforzo collaborativo che li vede scambiarsi o condividere il microfono nel corso dei tredici brani dell’album, proprio come facevano anni fa i Sonic Youth. Infatti, quando si ascolta questo disco, si può pensare a una versione più soft dei loro vecchi colleghi newyorkesi. Come loro, i Sorry non sorridono, ma tengono il broncio con una pigra nonchalance che potrebbe dissuadere invece che coinvolgere... eppure sono davvero affascinanti. Il Guardian l’ha riassunto perfettamente: Sorry è “la band che rende la noia sexy”. La band attinge da vari generi e leggende: un atteggiamento da slacker grunge, chitarre alla Pixies (Perfect), la sensualità dei Garbage (Snakes), un certo immaginario junky da The Kills (More), un sassofono intossicante no wave e una visione oscura post-punk. Bisogna mettere questo Qobuzissime on repeat per apprezzarne l’originalità e finire col restarne incantati. Un album da non perdere assolutamente: Sorry, non ci sono scuse. © Marc Zisman/Qobuz