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What is a Qobuzissime? It’s an award presented by Qobuz for a first or second album.

Pop or Reggae, Metal or Classical, Jazz or Blues, no genre is excluded. More often than not the award is presented to a newly discovered artist.

Sometimes it might be a particularly quirky or a crossover album from a discography.

The important aspects are uniqueness, sincerity and quality. We look for these things in the recording, the project and the sound identity.





Gli album

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Pursuit of Ends

High Pulp

Jazz contemporaneo - Uscito il 15 aprile 2022 | Anti - Epitaph

Hi-Res Riconoscimenti Qobuzissime
La nostra epoca ama le band atipiche capaci di abbattere le barriere stilistiche. E questa epoca amerà gli High Pulp. Perché anche se questo giovane collettivo di Seattle è stato fondato su una passione condivisa per il jazz, il linguaggio usato nell’arco dei quaranta minuti di Pursuit of Ends trascende i generi. Come dicono loro stessi - Rob Homan (tastiere), Antoine Martel (tastiere, chitarre), Andrew Morrill (sax alto), Victory Nguyen (flauto, sassofono, tromba), Scott Rixon (basso) e Bobby Granfelt (batteria) - si riconoscono tanto in Miles Davis e Duke Ellington quanto in Aphex Twin e My Bloody Valentine! Sono delle linee davvero solide quelle che gli High Pulp tracciano tra bop e post-rock, tra electro e pop, o tra jazz-fusion e new wave. La colonna sonora - esclusivamente strumentale - che risuona in questo album d’esordio premiato con un Qobuzissime si articola su delle impeccabili trame melodiche sostenute da un’affascinante struttura ritmica. Il loro sound potrebbe ricordare le creazioni apolidi di alcuni scienziati pazzi della musica, come quelle del defunto David Axelrod (un altro degli idoli degli High Pulp), le cui composizioni hanno il sapore di musiche da film dalle sfumature al contempo vintage e futuristiche. E Pursuits of Ends diventa affascinante proprio nell’assenza di punti di riferimento spazio-temporali. Come quando i suoi fiati si avvitano su groove ipnotici (Kamishinjo): l’orologio smette di indicare l’ora e il calendario smette di indicare la data... Supportato da alcuni ospiti come Jaleel Shaw (Roy Haynes, Mingus Big Band), Brandee Younger (Ravi Coltrane, The Roots), Jacob Mann (Rufus Wainwright, Louis Cole) e il trombettista Theo Croker, il collettivo americano fa il suo esordio sulla scena del jazz in maniera piuttosto notevole. © Marc Zisman/Qobuz
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Unlearning

Walt Disco

Musica alternativa e indie - Uscito il 01 aprile 2022 | Lucky Number

Hi-Res Riconoscimenti Qobuzissime
Dopo Young Hard and Handsome, un EP autoprodotto pubblicato nel settembre 2020 e che includeva l’epica Hey Boy (You're One of Us), i Walt Disco hanno pubblicato il loro primo, esuberante full-length per l'etichetta Lucky Number. Il sestetto di Glasgow, i cui membri si sono conosciuti ad un party nel 2016, non ha tergiversato. Non tanto nel suonare insieme, nel registrare o nel farsi conoscere, ma nel trovare un loro stile. Ispirati collettivamente dall’amore, dall’androginia e dall’epoca in cui stiamo vivendo, i giovani scozzesi hanno preso ispirazione da Scott Walker, David Bowie, dai loro connazionali Orange Juice e Associates (ma anche da SOPHIE e Arca) per avvolgere la loro prosa in un’eloquente miscela di post-punk anni ‘80, glam rock e pop futuristico. Il look, così come la loro musica, non va a pescare nel passato, al contrario. Gli ex studenti dell’Università di Glasgow ne utilizzano il linguaggio per raccontare la storia di una gioventù intrappolata in un millennio difficile. “La nostra musica ha un tocco teatrale e glamour, non è mai davvero discreta. La migliore recensione che abbiamo ricevuto è stata: ‘i Walt Disco dovrebbero riscrivere il Rocky Horror Picture Show’”, racconta il cantante James Potter.Unlearning, che in origine doveva intitolarsi Unlearning The Perfect Life, parla di decostruzione e di libertà. “Tu dici che siamo stupidi, io dico che siete vecchi/Da quando sei diventato così stupidamente freddo?/Bloccato nel passato, ti sei perso in esso/Lasciateci essere giovani, duri e belli”, canta James sopra la prominente linea di basso di Cut Your Hair. Al limite dell’opera rock, questi dodici frammenti, ai quali le sperimentazioni elettroniche di The Costume Change fanno da interludio, trovano la loro drammaturgia nelle inflessioni vocali di James - che ha imparato da un cantante d’opera a sua volta fan di Freddie Mercury - e nei cori dei suoi compagni di band (How Cool Are You?). Ma si declinano anche attraverso una sorta di universo distopico, dove il pathos della darkwave (Weightless), la gioiosa turbolenza dance pop in stile Dead Or Alive (Selfish Lover), con l’ausilio di drum machine e synth, si mescola con un angosciante hyperpop (If I Had a Perfect Life, Macilent) intagliato nel vortice dei software. Il revival 2.0 della wave New Romantics che aspettavamo. Obbligatoriamente Qobuzissime! © Charlotte Saintoin/Qobuz
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Sibelius: Complete Symphonies

Klaus Mäkelä

Classica - Uscito il 25 marzo 2022 | Decca Music Group Ltd.

Hi-Res Libretto Riconoscimenti Qobuzissime
Qualche mese fa, Decca ha annunciato la sottoscrizione di un contratto con il giovane direttore d’orchestra Klaus Mäkelä (nato nel 1996), poco dopo che l’Orchestre de Paris lo aveva nominato consigliere musicale per due anni e poi direttore musicale dal settembre 2022. L’etichetta inglese ha scritturato un direttore d’orchestra per la prima volta dopo diversi decenni, in questo caso un nuovo esempio dell’ormai lunga e piuttosto eccezionale linea di allievi di Jorma Panula, figura chiave della Sibelius Academy di Helsinki. In secondo luogo, presentarsi sulla scena discografica con una serie completa delle sette Sinfonie di Sibelius è un’iniziativa alquanto audace: ogni opera del ciclo, particolarmente complessa, presenta una sua singolarità.Sul fronte delle registrazioni, la Oslo Philharmonic Orchestra non è necessariamente associata alle opere orchestrali di Sibelius: con questa istituzione norvegese sono state realizzate poche incisioni, a parte le quattro sinfonie (n. 1, 2, 3 e 5) registrate con Mariss Jansons per la EMI nei primi anni '90, che hanno però sofferto di una ripresa molto riverberata. Non è il caso di questa registrazione per Decca: il team tecnico ha fatto un lavoro notevole. L’ascoltatore potrà percepire tutta la scrittura orchestrale di Sibelius, in particolare la profondità delle tessiture sonore, soprattutto perché Klaus Mäkelä ha gestito con maestria gli equilibri (Sinfonia n. 1) e i numerosi scambi polifonici attraverso una visione a tempi moderati. Qui non è presente alcun contrasto eccessivo o frammento esplosivo. Il gesto di Klaus Mäkelä è calmo, imperturbabilmente sereno. Poco sensibile alle effervescenze ritmiche del compositore, il direttore fraseggia le ampie linee con impressionante maestosità (finale della Terza Sinfonia). Klaus Mäkelä non esaspera i contrasti tra i blocchi orchestrali; con un notevole rispetto per la natura “vellutata” dell’orchestra norvegese, cerca sempre di amalgamare, anche favorendo la continuità del suono tra le sezioni. Anche la Sinfonia n. 4, composta nel periodo più buio di Sibelius, sotto la direzione di Klaus Mäkelä diventa essenzialmente luminosa. Una dimensione lontana dai cataclismi inquietanti di Ernest Ansermet (Decca, 1963) o di Sir Thomas Beecham (BBC Legends, in concerto, 1954).Nel corso delle sette sinfonie, questo Sibelius, caratterizzato da un diffuso gusto per l’eufonia, si distingue innegabilmente per la coerenza della sua visione e la sontuosità della sua produzione. © Pierre-Yves Lascar/Qobuz
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Reeling

The Mysterines

Rock - Uscito il 11 marzo 2022 | Fiction

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Grazie allo stuzzicante “grunge” giovanile dell’EP autoprodotto Take Control nel 2019, i Mysterines, formati in origine dalla cantante/chitarrista Lia Metcalfe, da George Favager (basso) e da Chrissy Moore (batteria), avevano attirato l’attenzione dei talent scout della piattaforma BBC Introducing, che li ha inseriti nelle loro radio e li ha invitati a suonare sul palco del festival di Reading e Leeds. Questa enorme esposizione ha permesso alla band di fare da supporter per artisti come Royal Blood e The Amazons, creando al contempo un’aspettativa per il loro primo full-lenght. Uscito per l'etichetta Fiction, Reeling, un concentrato di rock di 43 minuti, ha permesso al trio di Liverpool di uscire allo scoperto. Non senza difficoltà. Dopo un anno di alterne vicende, un cambio di batterista e l’aggiunta di un chitarrista, il neo-quartetto si è rinchiuso per tre settimane negli studi di registrazione Assault & Battery di Londra, tra due lockdown, sotto l’occhio vigile della produttrice e ingegnere del suono Catherine Marks (Foals, Wolf Alice, The Killers). Il tutto, a volte in una sola ripresa.Un periodo di gestazione difficile che ha finito per essere proficuo, come racconta il batterista Paul Crilly: “Non potevamo uscire o passare del tempo con altre persone senza pensare all’album. È stato un vero sollievo consegnarlo una volta che abbiamo finito di registrarlo!” Anche questa tensione è stata catturata tra le quattro mura dello studio, creando la materia prima che compone le tracce. Lo sfogo di tanta pressione, di questo rock sui carboni ardenti, si apre con Life's A Bitch (But I Like It So Much), seguita da Hung Up, caratterizzate da riff corposi e carichi di saturazione. La pressione si allenta man mano, anche se la tensione resta tangibile sulla più country Old Friend / Die Hard, così come sulla ballata chitarristica Still Can You Home, per finire in maniera inquietante con la lentezza cupa e insidiosa (alla Nick Cave) di Confession Song, con il suo piano dal sapore gotico. “Quando ho ascoltato per la prima volta il test pressing, ho vissuto di nuovo tutti quei momenti in studio”, afferma Crilly. Spinto dalla voce di Lia, perfetta sacerdotessa della devastazione, Reeling rivela una vasta gamma di sfumature, dal rock sfrenato al garage immortalato sul momento, passando per melodie pop più delicate e pacate. Un traguardo incredibile e una prova di maturità per una band appena uscita dall’adolescenza. Insomma, una band da Qobuzissime! © Charlotte Saintoin/Qobuz
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Topical Dancer

Charlotte Adigéry

Elettronica - Uscito il 04 marzo 2022 | DEEWEE

Hi-Res Libretto Riconoscimenti Pitchfork: Best New Music - Qobuzissime
Portata alla ribalta nel 2016 dal film Belgica (con la fantastica colonna sonora firmata dai fratelli Dewaele e il loro progetto Soulwax) e dai suoi due primi EP che hanno sedotto il pubblico (in particolare nel 2019, con Zandoli e la sua hit Paténipat), la cantante Charlotte Adigéry pubblica il suo primo full-length, Topical Dancer, assieme a Bolis Pupul, suo “partner musicale” per Dewee, l’etichetta dei Soulwax. I due artisti di origine belga condividono lo stesso background caraibico (lei è di origine yoruba/martinicana, mentre lui è cino-martinicano) e hanno deciso di sbeffeggiare tutte le persone intolleranti su questo album, affrontando temi come l’appropriazione culturale, il razzismo, il sessismo o il post-colonialismo. Sbeffeggiare, perché Charlotte Adigéry - al massimo della forma nel suo talento creativo come compositrice - ha realizzato il tutto in modo estremamente giocoso ed ironico.Su Esperanto, rimprovera gli isolazionisti (“Don't say we need to build a wall. Say: I’m a world citizen, I don’t believe in borders”) con raffinatezza ed eleganza. Sulla funky Blenda, è il turno dei razzisti ad essere presi di mira, poi i misogini su Ich Mwen e Reappropriate o sull’ottima Thank You, che, con una ironia finemente dosata, spazza via le opinioni non richieste degli uomini sull’aspetto delle donne. Musicalmente, questo disco è caratterizzato dal suono pesante ma freddo di Dewee, la casa/studio dei Soulwax a Gand, e contiene un mix di generi (electro, pop, no/new wave...) che si sviluppano tra synth ipnotizzanti, bassi profondi e riff di chitarra carichi di groove. Non è facile individuare i punti chiave di un album così surrealista, che può essere tanto ascoltato quanto ballato, anche se sicuramente il brano più surreale di tutti è HAHA, una concept track tra le risate e lacrime, molto particolare così come lo è Making Sense Stop, che prende a schiaffi la french pop. Un album totale, funky, caustico, impegnato. Un Qobuzissime meritato senza esitazioni. © Smaël Bouaici/Qobuz
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Rakshak

Bloodywood

Metal - Uscito il 18 febbraio 2022 | Bloodywood Media Private Limited

Hi-Res Libretto Riconoscimenti Qobuzissime
Diventare pionieri di un genere o di un sottogenere musicale rappresenta una sfida più che complessa nel XXI secolo. Ma non come una cosa fine a sé stessa: quello che succede quando l'orecchio sente per la prima volta qualcosa di nuovo e unico regala una sensazione ineguagliabile, bella e salvifica. I Bloodywood non hanno certo fatto la scoperta del fuoco, ma hanno imparato a domarlo in modo diverso e speciale per forgiare il loro folk metal indiano, rovente e tagliente come un rasoio.Un incontro/scontro tra gli strumenti tradizionali indiani e il rap-metal era probabilmente l'ultima cosa che si sarebbero aspettati gli appassionati di entrambi i generi. Eppure, che risultato! Con la doppia voce in indiano (e gutturale) di Jayant Bhadula e in inglese (rap) di Raoul Kerr, i Bloodywood non risparmiano nessuno. E a farne sempre le spese sono i politici locali e internazionali. Gaddaar (traditore), il feroce brano di apertura di Rakshak, riesce a combinare con un'incredibile facilità elementi folk e sinfonici, in un cocktail esplosivo che ci riporta al meglio del nu metal.La band sperimenta parecchio e con grande efficacia, come sulla sorprendente Zanjeero Se, dove alternano con precisione momenti melodici ad altri più estremi, con un risultato che toglie il fiato. Si può apprezzare l'influenza elettronica su Dana-Dan, l'uso del flauto su Jee Veerey, disseminato di strumenti tradizionali, o l’incendiaria Chakh Le, il brano che chiude l'album, una perfetta sintesi di ciò che i Bloodywood stanno cercando di esprimere. Rakshak è il manifesto di qualcosa di nuovo, inaspettato e incredibilmente potente. Un qualcosa che è maturato sapientemente dal 2016, sul canale YouTube dove i nativi di Nuova Delhi hanno presentato una serie di cover. L'esperienza acquisita nel tempo si sente, e il verdetto è chiaro: i Bloodywood sono destinati ad essere uno dei grandi protagonisti della scena metal nei prossimi anni, e con stile. It’s time to Raj Against The Machine! © Maxime Archambaud/Qobuz
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Nightscapes

Magdalena Hoffmann

Classica - Uscito il 11 febbraio 2022 | Deutsche Grammophon (DG)

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Il tema della notte ha sempre influenzato un gran numero di artisti, sia nella letteratura, che nell'arte o nella musica, e per una buona ragione: la notte è un momento pieno di mistero e intimità, che lascia ampio spazio all'introspezione e, soprattutto, alla fantasia. Declinate in musica, specialmente attraverso l'affascinante suono dell'arpa, queste atmosfere misteriose possono trasformarsi in immagini concrete per l’ascoltatore. Magdalena Hoffmann ha voluto catturare questi suoni incantati con il suo album Nightscapes: “Il mio strumento crea un'atmosfera speciale per l'intimità, ma non trascura il fantastico e il magico; non per niente l'arpa spesso è cruciale, nell'orchestra, nel definire un'atmosfera terrena o ultraterrena.”L'arpista tedesca, nata a Basilea nel 1990, ha scoperto l'arpa da sola, in giovane età. Un evento fondamentale nella sua carriera è stato il Concorso Internazionale di Musica ARD nel 2016, dove ha vinto due premi speciali. Due anni dopo le è stato offerto il posto di arpista principale nell'Orchestra Sinfonica della Radio Bavarese. Nel 2021 ha firmato un contratto esclusivo con Deutsche Grammophon, e ora ci presenta il suo primo progetto, Nightscapes.L'album è costituito da composizioni originali per arpa e da arrangiamenti di pezzi per pianoforte. I primi includono la Suite for Harp, op. 83 di Benjamin Britten - un lavoro del 20° secolo fondamentale per il repertorio arpistico. Inoltre, troviamo l'opera Dans des lutins (Danza degli elfi) dell'arpista francese Henriette Renié (1875-1956), per la quale Fauré, Debussy e Ravel avevano già composto delle opere.Hoffmann interpreta anche brani di Chopin, Clara Schumann, John Field, Ottorino Respighi e Marcel Tournier. In particolare, il genere dei notturni fa emergere in un modo unico sia l'atmosfera di intimità che lo spirito mistico, una caratteristica che lo ha reso uno dei generi più tipici del Romanticismo. Il suono leggero e danzante all'arpa si adatta perfettamente anche al Valzer di Chopin o alla Fantasia di Jean-Michel Damase. Magdalena Hoffmann sublima l'intimità innata e speciale del suo strumento in un viaggio magico attraverso paesaggi notturni. © Lena Germann/Qobuz
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Terre Promise

Blutch

Elettronica - Uscito il 28 gennaio 2022 | Astropolis Records

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Un inno alla regione della Bretagna. Per il suo album d'esordio - pubblicato per Astropolis Records, etichetta nata dalla costola dell'omonimo festival di Brest - Blutch ha voluto di rendere omaggio alla regione che lo ha rivelato al pubblico come un DJ intelligente, sensibile e fuori dall'ordinario. Conosciuto per i suoi set di house ibrida, il produttore di Morlaix presenta un primo album intimo e nostalgico, in cui la maggior parte delle tracce fa riferimento a luoghi della regione, da Roscoff a Ouessant, quella Terre Promise che ospita le strade della sua infanzia.Un concetto che mette in musica in modo solare, a partire dalla scintillante apertura della title track, con quel contributo così lirico del violino di Mirabelle Gilis, che Blutch fonde in un beat UK garage su Cobalan. O il breakbeat di River, circondato da synth onirici. Onirico, appunto: la parola chiave di questo album, che alterna momenti contemplativi (Les Bois) ad altri più caotici (Remparts, con i synth modulari di Maxime Dangles, altro membro della famiglia Astropolis). Ricordiamo anche la hit electropop Rosko, a metà tra Bicep, Rone e Polo & Pan, e quando torniamo alla cassa dritta su Floatin, è per lasciarci andare in un turbinio di tastiere eteree, come in una versione distorta di I Feel Love di Donna Summer. In questa terra promessa è nato un artista che merita pienamente di essere premiato con un Qobuzissime. © Smaël Bouaici/Qobuz
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The Overload

Yard Act

Musica alternativa e indie - Uscito il 07 gennaio 2022 | Universal-Island Records Ltd.

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Quando il cielo è grigio come in questo periodo, l'atmosfera diventa quella ideale per dare spazio alla brulicante scena revival post-punk che agita il pianeta indie dall'inizio degli anni 2010. Ma come ci si può districare in una selva così fitta composta da band come Fontaines DC, Shame, Girl Band, Dry Cleaning e da mille altre, tutte armate di chitarre squadrate e di vocalist più vicini alla poesia o alla declamazione che alla canzone vera e propria? Per raggiungere questo obiettivo, gli Yard Act prendono tutti i punti di riferimento e le influenze classiche del genere (come The Fall, Gang of Four, Wire, i primi Talking Heads) declinandoli in modi inaspettati. Inoltre, non si limitano (come alcuni loro colleghi) ad apparire come una bolgia elettrica carica di nervi o il solito sguardo sprezzante nei confronti della società (post-Brexit) che va a rotoli. Tutt'altro: gli Yard Act incanalano la loro rabbia per svilupparla attraverso diverse forme espressive. Infatti, è con un tempo quasi pacifico, quello del brano 100% Endurance, che si chiude The Overload, il brillante primo album di questo quartetto di Leeds. Al microfono, James Smith è un degno erede del mitico e carismatico leader dei The Fall, il compianto Mark E. Smith, con un pizzico di groove in più. Insieme al chitarrista Sam Shipstone, al bassista Ryan Needham e al batterista Jay Russell, Smith riveste il suo cinismo e la sua rabbia con abiti vivaci. Si tratta quasi una sorta di dandismo proletario sotto anfetamine, che a volte può ricordare (e non poco) gli Sleaford Mods, Ian Durry e i suoi Blockheads o anche i Pulp! Le vignette di James Smith, mai caricaturali e caratterizzate da un oscuro realismo, sono spesso ironiche, oltre che musicalmente eclettiche. Abbastanza per lasciare un segno e rendere The Overload un album tra i più esplosivi del 2022. © Marc Zisman/Qobuz
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Schumann - Brahms - Dvořák

Geister Duo

Classica - Uscito il 14 gennaio 2022 | Mirare

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Cosa c'è di meglio che suonare il pianoforte con un paio di mani? Suonarlo con due paia di mani! Considerato un genere “intimo”, quello del pianoforte a quattro mani è stato a lungo relegato alla sfera dell'esecuzione privata: suonare a casa, davanti agli amici, andava bene, ma non in concerto. Ci sono, naturalmente, alcune eccezioni famose, come le sorelle Labèque, le sorelle Walachowski o, tra le più giovani generazioni, Lucas e Arthur Jussen. Si è trattato, quasi sempre, di fratelli e sorelle. È quindi ancora più piacevole che i due pianisti “indipendenti” David Salmon e Manuel Vieillard abbiano deciso di lasciare il segno nel mondo della musica da camera eseguendo i repertori del duetto pianistico sui palcoscenici più importanti, fondando il Geister Duo.Diplomati alla Hochschule für Musik Hanns Eisler di Berlino e al Conservatoire national supérieur de musique et de danse di Parigi, Manuel Vieillard e David Salmon sono concertisti di altissimo livello. Da quando si sono incontrati durante i loro studi al CRR di Parigi fino all'inizio delle loro carriere internazionali, è nata tra di loro una simbiosi musicale, con il desiderio di formare un “vero” duo - non solo di incontrarsi per un concerto. E il loro desiderio si è avverato: dopo quasi dieci anni di collaborazione, l'ensemble l'anno scorso ha vinto il primo premio nel prestigioso Concorso internazionale di musica ARD di Monaco. Ora presentano il loro primo disco, uscito per Mirare: Schumann - Brahms - Dvořák, una raffinata selezione di pezzi romantici in cui i colori del pianoforte risaltano il doppio.Anche se i compositori scelti sono tra i più famosi dell'epoca romantica, questo album ci offre dei brani innovativi e poco conosciuti, raramente eseguiti o registrati fino ad oggi. Fin dall’inizio, con Immagini dall'Oriente di Schumann (Bilder aus Osten, op. 66), è evidente la complicità e la complementarità tra i due strumentisti. L'opera ci coinvolge con i suoi umori mutevoli e ci conduce attraverso tutta la gamma di emozioni. L'atmosfera romantica e malinconica è meravigliosamente catturata anche dalle Variazioni su un tema di Robert Schumann (Variationen über ein Thema von Robert Schumann, Op. 23), di Johannes Brahms, ​in cui il compositore rende omaggio al suo collega e mentore. L'album si conclude con il ciclo pianistico di Dvořák Dalla foresta Boema (Ze Šumavy), Op. 68, un capolavoro del repertorio pianistico a quattro mani magistralmente eseguito da Salmon e Vieillard, la cui simbiosi artistica unica non finisce mai di stupire. Non c'è dubbio: è molto meglio in due. Un magnifico Qobuzissime per iniziare il 2022! © Lena Germann/Qobuz
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Juniper

Linda Fredriksson

Jazz - Uscito il 29 ottobre 2021 | We Jazz

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I paesi nordici hanno sempre mostrato una singolarità affascinante nel loro approccio al jazz. Una singolarità confermata da Juniper, il magnifico album di Linda Fredriksson (sassofonista finlandese già attivǝ nel trio Mopo e nel quartetto Superposition), che utilizza qui l'intera gamma della sua arte. Circondatǝ da Tuomo Prättälä al piano (elettrico e acustico), Minna Koivisto al synth modulare, Olavi Louhivuori alla batteria e Mikael Saastamoinen al basso, assembla brani composti nel corso di diversi anni su chitarra, piano e voce (come su Lempilauluni), poi arrangiati per questo gruppo. Secondo lǝi, Juniper è addirittura un album di singer-songwriting, ma eseguito da un gruppo jazz strumentale. È soprattutto un disco incentrato sull'introspezione e su una forma di meditazione, punteggiata da piccole trovate, come la pioggia in filigrana che si sente su Neon Light (and the Sky Was Trans), l'etereo brano di apertura...Questa fascinazione per cantautori come Neil Young o Sufjan Stevens - due influenze che lǝ stessǝ Linda Fredriksson dichiara - dona al suo modo di suonare una vera forza narrativa. Questo jazz delicato, essenzialmente acustico, capace di digressioni più tumultuose (Nana - Tepalle), si appropria anche di uno strumentario elettronico gestito con grande delicatezza. Linda Fredriksson riesce a fondere tutto questo materiale così eterogeneo, che sa sia di folk rudimentale che di sonorità futuristiche, di archi presi in prestito dalla musica di Satie o dal jazz atipico di ECM o Hubro. A legare insieme questi ingredienti, il soffio di Linda, ereditato dall'approccio spirituale di un Pharoah Sanders o dallo spirito libero di Eric Dolphy. Un album Qobuzissime rigenerante e pieno di rara poesia. © Marc Zisman/Qobuz
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Figurine

WAYNE SNOW

Soul - Uscito il 24 settembre 2021 | Roche Musique

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Il fascino, l'attrazione e la seduzione sono delle sensazioni che in musica vengono sfruttate spesso. Con Kesiena Ukochovbara - alias Wayne Snow - la seduzione è una cosa naturale, spontanea, una certezza. Perchè basta una manciata di secondi per farsi stregare e abbandonarsi al neo-soul ultra-sensuale di questo affascinante artista nigeriano, cresciuto a Parigi e stabilitosi a Berlino. Con una nuvola pop qui, delle virgole electro là, qualche puntino jazz (Oscar Jerome, chitarrista del gruppo Kokoroko, fa parte del progetto), l'album, intitolato Figurine, stravolge i codici dell'R&B moderno con dei piccoli, sapienti tocchi. Prodotto dal francese Crayon per l'etichetta Roche Musique, l'album è un vasto mosaico di texture sonore di ieri, oggi e domani. È come una colonna sonora afro-futurista che traghetta l'eredità di Marvin Gaye e di Sade verso nuove galassie. Con Figurine, Wayne Snow si prefigge di conquistare la propria identità culturale e musicale, anche per rispondere alle grandi questioni dei nostri tempi. E il suo fascino è totalmente naturale: questo soulman non suona mai come un ennesimo clone di Frank Ocean. Wayne Snow è un musicista originale e il suo disco è semplicemente fenomenale. © Marc Zisman/Qobuz
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The Four Quarters

Solem Quartet

Musica da camera - Uscito il 17 settembre 2021 | Orchid Classics

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Il Solem Quartet non è nuovo nel mondo della musica classica e contemporanea: come vincitore del Jerwood Arts Live Work Fund 2020, è una delle voci artistiche più significative del Regno Unito. Inoltre, l'ensemble si distingue per la sua diversità e per la sua apertura musicale, grazie al suo coinvolgimento in progetti innovativi e alle collaborazioni con artisti dei più svariati generi. I quattro musicisti inglesi hanno finalmente dato alla luce il loro atteso album di debutto, The Four Quarters, uscito per Orchid Classics: un viaggio musicale trascendentale influenzato da compositori dal periodo barocco ad oggi.Nonostante una selezione di composizioni così variegata, un brano si distingue su tutti, e abbraccia l'intero album: Il capolavoro di Thomas Adès, The Four Quarters, i cui quattro movimenti attraversano la vasta gamma di arrangiamenti di Henry Purcell, Florence Price, Béla Bartók e Robert Schumann. La composizione di Adès si basa sul ciclo dei giorni come metafora centrale - un vagare dal primo mattino fino alla profondità della notte. Questa giustapposizione di tempo e spazio, terra e cielo, si riflette anche nella musica: nel primo movimento, Nightfalls, i violini suonano fini armonie sviluppate all'interno di schemi regolari, mentre la viola e il violoncello si concentrano su trame più basse.Un altro punto forte dell'album è certamente l'interpretazione di Easqelä di Aaron Parker. È il quarto movimento dell'opera in cinque parti denominata Tuoretu, che è stata composta appositamente per il Solem Quartet. Il nome è frutto della fantasia dell'autore e si riferisce alle distese eterne dell'Inghilterra orientale così come ai colori sbiaditi del tramonto, che, proprio come i suoni, si fondono indistintamente l'uno nell'altro.L'assolo di viola, malinconico e ossessivo, accompagnato dai suoni leggerissimi degli altri archi (in quinte e quarte parallele), rafforza l'immancabile trascendenza e richiama ancora una volta gli elementi centrali dell'album: la presenza della natura, dei sogni e l'assenza del tempo.Con The Four Quarters, il Solem Quartet ha creato un album unico, stimolante e fuori dal tempo e dallo spazio, che getta la sua ancora a metà strada tra l'arte contemporanea e i suoni tradizionali. © Lena Germann/Qobuz
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Tancade

Gaspar Claus

Classica - Uscito il 10 settembre 2021 | InFiné

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Il primo album da solista di Gaspar Claus ha avuto una lunghissima gestazione. Per quindici anni, il violoncellista ha moltiplicato i suoi viaggi, gli incontri e le collaborazioni con i più grandi artisti di tutti gli orizzonti musicali: da suo padre Pedro Soler a Barbara Carlotti, passando per Rone o Bryce Dessner. Con tutte queste influenze, il musicista ha trovato la casa migliore nell'etichetta InFiné per presentare Tancade, un album profondamente personale, trovandosi per la prima volta ad essere l'unico leader a bordo. Con il notevole contributo di Francesco Donadello e David Chalmain al mastering e al mixaggio, che hanno dato a questa registrazione un suono unico, ricco di contrasti.Il materiale di questo viaggio è minimo: con un violoncello come unico bagaglio, Claus affascina per la varietà delle sue composizioni, sfruttando le infinite possibilità sonore del suo strumento. Pizzicati, archi che sono alternativamente morbidi o graffianti, bassi profondi a cui rispondono alti svettanti... da vero architetto del suono, l'artista riesce a trasformare ciascuno dei brani che compongono quest'opera in un mondo a sé stante, evocando sensazioni uniche. Ci si può così lasciare trasportare dalla trance quasi tribale e ipnotizzante delle parti percussive di Une foule, prima di passare ad atmosfere più meditative, come quella della crepuscolare 1999. Il genio di Claus è ammirevole: riesce a scolpire così tanto materiale con così pochi strumenti, mentre l'apporto dell'elettronica si limita a piccoli effetti di riverbero o distorsione - il minimo indispensabile, insomma.La grande forza di Tancade è che non si trasforma mai in una pura dimostrazione di tecnicismo. L'album non è un mero catalogo di ciò che un violoncellista può produrre con il suo strumento. Anzi, per ogni traccia, risulta evidente come la ricerca di una particolare atmosfera abbia influito sui processi compositivi e di esecuzione. Gaspar Claus ha dato vita ad un album magnifico, pieno di inventiva e di poesia, che mette l'ascoltatore in connessione con una serie di emozioni antiche di millenni. Andiamo sul sicuro quindi, nel dichiarare che Tancade diventerà certamente un classico essenziale del violoncello contemporaneo. © Pierre LAMY / Qobuz
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Before I Die

박혜진 park hye jin

Elettronica - Uscito il 10 settembre 2021 | Ninja Tune

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Dopo aver fatto clamore nel 2018 con il suo primo EP If U Want It, che conteneva le hit ABC e I DON'T CARE, la sudcoreana Park Hye Jin ha continuato ad incuriosire il pubblico con i suoi live, durante i quali afferrava il microfono per cantare/rappare sopra ciò che lei stessa mixava sui giradischi. Troppo rapidamente marchiata come il nuovo prodigio della lo-fi house, con il suo primo album Park mostra di essere molto di più. Di stanza a Los Angeles, possiamo percepire lo spirito rilassato del rap californiano aleggiare su questo disco, che inizia con un'atmosfera UK garage (ma con cassa dritta) su Let's Sing Let's Dance. Park Hye Jin rappa per tutta la prima parte dell'album, con ritornelli ipnotici come in Good Morning Good Night, con testi cantati sopra un ritmo ovattato e una chitarra ricca di riverbero che accentua il lato solare del brano. Nello stesso genere, l'accattivante I Need You o Where Did I Go, e soprattutto la capacità di creare ritornelli semplici e orecchiabili, sempre con un flow disinvolto che va avanti e indietro sulla scena sonora.Ma anche se il flow è rap, la musica house non è molto distante. Se ne possono sentire piccoli accenni, su Whatchu Doin Later come su Can I Get Your Number, nel modo in cui scandisce i ritornelli, o negli effetti sulla sua voce. La seconda parte del disco è più diretta, con tempi in 4/4 su Sex With Me (DEFG) che riprende la formula della sua hit ABC con testi un po' più audaci; Where Are You Think, un ottimo brano di house lo-fi che purtroppo dura troppo poco; mentre Hey, Hey, Hey e Never Die tirano su i BPM al livello techno, con il secondo brano scandito da un accordo di piano doppiato e da una voce che si disperde come la neve al sole. Il tutto si conclude in una grande fusione trap su Sunday ASAP e i jus wanna be happy, una traccia iper-vaporosa. A sorpresa, Park Hye Jin ha costruito in modo magistrale un nuovo ponte tra l'hip-hop e la musica elettronica. Un meritatissimo Qobuzissime. © Smaël Bouaici/Qobuz
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Comfort To Me

Amyl and The Sniffers

Musica alternativa e indie - Uscito il 10 settembre 2021 | Rough Trade

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La punk band più elettrizzante degli ultimi anni, l'abbiamo detto in passato e lo diremo ancora: sono loro. Questi australiani, guidati dalla brillante Amy Taylor, stanno gradualmente scalando le vette della notorietà con i loro live esplosivi. Dopo due EP e un primo album omonimo registrato in Inghilterra con Joey Walker dei King Gizzard & The Lizard Wizard, che gli è valso il premio come miglior rock band ai prestigiosi Aria Awards, ecco che arriva Comfort To Me e la sua copertina deforme. Il nome Comfort To Me è nato dal periodo di confinamento in cui Amy, Bryce Wilson (batteria), Dec Martens (chitarra) e Fergus Romer (basso), a porte chiuse in una casa di Melbourne, lavoravano quotidianamente su quelli che sarebbero diventati brani ossessionanti con una viscerale energia garage. La ricetta ereditata da Cro-Mags o Cosmic Psychos differisce leggermente dalle precedenti uscite: sezione ritmica ripetitiva e bruciante, testi semplici, crudi e in loop, chitarre urlanti più elaborate, brani ultra brevi. Differenza da notare: una produzione più attenta. Ma la cosa migliore è lasciare che sia Amy stessa a parlarne: "Se dovessi spiegare com'è questo disco, direi che è come guardare un episodio di La Tata (The Nanny), solo che l'ambientazione è la fiera dell’auto australiana: Fran è interessata alle questioni sociali, ha letto qualche libro e il signor Sheffield sta bevendo birra al sole. È una Mitsubishi Lancer che va leggermente oltre il limite di velocità in una zona scolastica. È rendersi conto di quanto sia bello indossare i pantaloni a letto. È avere qualcuno che vuole prepararti la cena quando sei molto stanco. Sono io che faccio shadow-boxing sul palco, coperta di sudore, invece di stare tranquillamente seduta in un angolo". Confortante perché è fuori dagli schemi, quindi. Come quello che piace a noi. © Charlotte Saintoin/Qobuz
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Memory Device

Baba Ali

Musica alternativa e indie - Uscito il 27 agosto 2021 | Memphis Industries

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Babatunde Teemituoyo Doherty, alias Baba Ali, è un uomo degli anni '80. Ma non solo. Memory Device lo dimostra appieno. Cresciuto con le sonorità di Prince, Michael Jackson e persino Femi Kuti (un amico di famiglia), oltre a D'Angelo e J Dilla, questo nativo del New Jersey dalle origini nigeriane riesce combinare la brillantezza del funk, la freddezza del post-punk, l'effervescenza della dance e una moltitudine di suoni all'interno del suo sorprendente album, Memory Device. Ali, come un esteta, è alla ricerca dell'arte assoluta. Già al liceo, con il suo duo Voices Of Black, disse: “Beh, siamo due ragazzi neri ma ascoltiamo i Radiohead e i Joy Division e un sacco di altre cose: non vogliamo sentirci etichettati, bensì creare una musica assoluta, che spazia ovunque sfiorando tutto.” Seguendo questa filosofia, ha inventato l'espressione “yarchismo”, che definisce il processo di creazione istintiva necessario per raggiungere la purezza. Un processo utilizzato per creare i demo maturati dai corsi d'arte che Ali ha seguito alla Brown University, e che hanno affascinato il suo compagno di classe Nicolas Jaar. Quest'ultimo in seguito li ha aiutati a pubblicare il loro primo EP sull'etichetta electro Wolf + Lamb (Seth Troxler, Shaun Reeves) dalla quale lui stesso era emerso. Nomad (2017) e This House (2020) sono seguiti a ruota, due primi EP pieni di grime, generati dall'ascolto ripetuto di LCD Soundsystem o Iggy Pop, scoperti a Londra, dove vive.Scritto in solitudine durante il lockdown e registrato tra settembre 2020 e febbraio 2021 con Al Doyle (Hot Chip, LCD Soundsystem) nell'East London, questo primo LP è ispirato tanto da James White And The Blacks quanto da Heaven To A Tortured Mind (2020) di Yves Tumor, e per sua stessa ammissione, si tratta di un vero schiaffo in faccia. Possiamo trovare la post-disco della fine degli anni '70 così come degli esperimenti d'avanguardia che dipingono fumose atmosfere (Better Days, Nuclear Family) e la sua voce, distorta e alterata, su testi a volte cupi (“I've seen better days”). In questo riuscito lavoro, dominano i synth (Nature's Curse, Got An Idea), i bassi e i beat sostenuti (Black Wagon), le rotondità del funk e della new wave (Draggin' On, Temp Worker). Ma al di là del pluralismo referenziale, ciò che ammalia è la tensione che intercorre da una traccia all'altra, perfetta per un viaggio notturno e catartico in un club. In breve, un Qobuzissime che è come un tesoro, la cui formula diventa ancora più magica se condiviso. © Charlotte Saintoin/Qobuz
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Ich schlief, da träumte mir

Anne Marie Dragosits

Classica - Uscito il 27 agosto 2021 | L'Encelade

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Dopo lo straordinario recital Le clavecin mythologique (sempre per l'etichetta di Versailles L'Encelade), un originale pretesto per un'esplorazione vivace e ispirata del repertorio clavicembalistico francese (principalmente del XVIII secolo), l'austriaca Anne Marie Dragosits ci fa ancora una volta dono della sua singolare arte, che ci incanta e ci accompagna in un viaggio verso il cuore della notte, un luogo ideale dove sognare, immaginare, creare. Il viaggio a cui ci invita parte proprio dall'idea del sogno (sommeil) originario della musica francese (e portato al suo apice da Lully nelle sue tragédies lyriques), ma affonda le sue radici in Germania, tra il XVII e il XVIII secolo.La dinastia Bach è ben rappresentata, dai figli al padre: Wilhelm Friedemann e la sua incredibile Fantasia, Carl Philipp Emanuel Bach e le sue Variations sur «Ich schlief, da träumte mir», dopo alcuni altri brani che aprono il programma (tra cui la bellissima La mémoire raisonnée, tratta da un insieme di miniature poco conosciute, Wq. 117). Di Johann Sebastian, Anne Marie Dragosits ha scelto il Praeludium (Harpeggiando), BWV 921, estremamente raro, una vera improvvisazione per tastiera, piena di contrasti e di gioia esplosiva, il cui tono ibrido ricorda lo “Stylus Phantasticus” di Buxtehude. La clavicembalista inserisce poi, qua e là - senza dubbio, seguendo i suoi sogni - alcune pagine di Graupner, Fischer e Kuhnau. Del primo, due pagine molto belle intitolate Sommeille, tratte da due diverse suite del compositore. Sul sublime clavicembalo Christian Zell del 1728 - uno dei più bei clavicembali del mondo, conservato nel Museo delle Arti Decorative di Amburgo - Dragosits dispiega poi degli autentici tesori pieni di tenerezza, oltre che di implacabile maestosità. Il suo modo di suonare è impressionante, come nel Passacaglia di Johann Caspar Ferdinand Fischer, apoteosi della prima parte del suo programma, una pagina piena di influenze lulliste che deve avere avuto una forte influenza sul giovane J. S. Bach.Questo recital Ich schlief, da träumte ich, con il suo programma originale e le sue sequenze spesso molto raffinate (il corale Komm süßer Tod di J. S. Bach è combinato con la Sonata Biblica No. 4 di Kuhnau) è una preziosa testimonianza di una clavicembalista dotata di un'accattivante musicalità. Non dovrebbe essere apprezzato in altro modo che come una passeggiata, lo strumento stesso è già una delizia senza tempo, con i suoi bassi incredibilmente profondi e la sua sorprendente bellezza nel registro del liuto. E se tutto questo vi spaventa, vi suggeriamo di iniziare con la Sommeille dalla Suite Febrarius di Graupner: un momento di capricciosa dolcezza e potente tenerezza che non vi lascerà indifferenti! © Pierre-Yves Lascar/Qobuz
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A Residency in the Los Angeles Area

Naia Izumi

Soul - Uscito il 30 luglio 2021 | Masterworks

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Prestate attenzione a questo fenomenale artista! Dietro il nome Naia Izumi si cela un giovane talentuoso dotato di un groove multi sfaccettato, un polistrumentista virtuoso che trae la sua ispirazione non solo dalla storia della musica soul, ma anche dal rock e dalla fusion jazz. All'età di 16 anni gli venne diagnosticato l'autismo. Da subito, questo nativo della Georgia residente in California ha concentrato la sua attenzione sulla cultura musicale, leggendo decine di libri e imparando a suonare diversi strumenti, la chitarra in particolare. Nel 2018, Naia Izumi ha vinto il Tiny Desk Contest organizzato dal canale NPR, attirando l'attenzione di moltissime etichette che volevano ingaggiare questo musicista extraterrestre dalla personalità accattivante, capace di suonare indistintamente il basso, la batteria, il mandolino e persino il koto, lo strumento a corde pizzicate usato nella musica tradizionale giapponese. Per aiutarvi a capire meglio il suo universo così singolare, Izumi cita le sue più evidenti influenze: Stevie Wonder, Lauryn Hill e Musiq Soulchild. Ma anche quelle più particolari: i maestri della musica prog King Crimson e soprattutto il chitarrista jazz John McLaughlin, mente degli Shakti e della Mahavishnu Orchestra. Chiari elementi che caratterizzano le sue canzoni, con quelle costruzioni di accordi eterei e melodie arpeggiate che abbracciano la sua volatile e leggera voce soul. Parlando di tecnica e virtuosismi, il metodo principale che Naia Izumi usa sulla sua Fender Jazzmaster del '64 è il tapping, piuttosto che le classiche pennate o il finger-picking. Ma questa complessità stilistica e strumentale non impedisce mai alla sua musica di essere umana, organica e soprattutto, sensuale. Su A Residency in the Los Angeles Area tutto è fluido, profondo, aggraziato: la carezza di un groove salvifico che cura le ferite di questo martoriato mondo. © Marc Zisman/Qobuz
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To Enjoy is the Only Thing

Maple Glider

Musica alternativa e indie - Uscito il 25 giugno 2021 | Partisan Records

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Un'intonazione. Un insieme di parole. Una sonorità onirica. La struttura di una melodia... Queste piccole cose permettono di farsi distinguere nel mucchio, soprattutto quando si tratta di canzoni introspettive e di indie folk pop. Tori Zietsch - alias Maple Glider - si distingue proprio grazie a queste caratteristiche. L'australiana che è passata da Brighton prima di tornare a Melbourne può anche competere, senza timore, con musiciste del calibro di Cat Power, Adrianne Lenker, Angel Olsen, Julia Jacklin o Sharon Van Etten... I temi trattati potranno anche essere classici, o convenzionali (un'educazione rigida e religiosa, il primo amore, un risveglio alla realtà, la solitudine, la distanza geografica), ma To Enjoy Is the Only Thing si approccia all'intimità con un tono singolare. Una sfumatura umoristica o una confessione garbata le permettono di evitare di appesantire temi già delicati, o di utilizzare parole convenzionali e scontate. Ma soprattutto, il suo album è la cornice di una voce semplicemente sublime. E in sequenze di totale purezza come Be Mean, It's Kinder Than Crying, dove la sua voce leggermente riverberata si sovrappone agli stessi due accordi ripetuti ciclicamente, Maple Glider è travolgente. In una nota, scrive: “Questo è quello che questo album rappresenta, a mio avviso: passeggiare tra gli alberi coperti di ghirlande a metà settembre, nuotare lungo i Calanchi nel sud della Francia, la brina sul cofano di una macchina, l'oscurità alle 4 del pomeriggio, la luce fino alle 10 di sera, la sensazione di intorpidimento, la nebbia grigia e perpetua che avvolge la Costa d'Argento, il colore rosso, questo orribile vestito verde, il vino rosso, il sangue rosso, le labbra rosse, il rosso del vestito dei cardinali, la Svizzera, i diari di mia madre, il rapporto di un coroner, il sole sul mio viso, la fine dell'amore...” Arrivando al termine dell'ultimo brano di questo primo album, emozionante come non mai, ci si trova sopraffatti da questi 35 minuti fuori dal tempo, pieni di grazia e garbo... © Marc Zisman/Qobuz