Gli album

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Musica alternativa e indie - Uscito il 26 ottobre 2018 | [PIAS] Le Label

Hi-Res Riconoscimenti Qobuzissime
Un dandy inglese dalla voce svogliata, un pioniere della French touch e una riot girl: è la collaborazione sorpresa di quest’autunno tra Baxter Dury, Étienne de Crécy e Delilah Holliday. Tutto è cominciato alla fine del 2017 con un SMS di Baxter Dury che, annoiandosi in quel di Parigi, chiedeva alla metà dei Motorbass se per caso avesse qualche strumento inutilizzato. Segue una spola tra Gare du Nord e Saint-Pancras con l’ingresso nel cerchio della cantante del duo punk londinese Skinny Girl Diet, la quale ha dimostrato un’autentica inclinazione per la musica soul/R&B sul suo primo mixtape Lady Luck Vol.1 apparso nella primavera 2018. Appena hanno un momento libero, i tre si ritrovano nello studio di De Crécy, scegliendo come mantra la semplicità degli Sleaford Mods, e finiscono per partorire un “piccolo mutante degli anni ’80 non completamente sviluppato”, citando le parole di Dury. Etienne de Crécy ha poi tolto tutti i fronzoli, consegnando ai suoi partner delle specie di demo, delle produzioni synth-pop ridotte per lo più a un basso scalmanato, una drum-machine mixata ben bene e un pianoforte. E la formula funziona: il singolo White Coats dimostra che non ci vuole molto a fare una bella canzone, purché si abbiano dei bravi cantanti. Per tutto il disco, sono le voci a creare l’atmosfera, col timbro grave e indolente di Baxter Dury che risponde ai ritornelli sentiti di Delilah Holliday, senza la quale questo disco sarebbe apparso un tantino spento. “Etienne ha creato una base musicale per questa storia confessionale e Delilah l’ha spinta verso qualcosa di più emotivo, racconta Dury. È un mix improbabile che funziona perché è breve, semplice e sincero”. © Smaël Bouaici/Qobuz
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Musica alternativa e indie - Uscito il 26 ottobre 2018 | CRYBABY

Hi-Res Libretto Riconoscimenti Qobuzissime
Francis Mallari, Elliot Berthault, Maxime Gendre, Simon Dubourg, Guillaume Rottier: cinque ragazzi e un post-punk bello violento made in France. Perché i Rendez-Vous sono dei gentlemen avvolti da una patina di freddezza anni ’80, per un gusto fresco, appena scartato. Un gusto che non suona molto francese. Da Fad Gadget ai Soft Moon, il quintetto mescola un mucchio di influenze senza mai cadere nella copia sbiadita. Dopo due EP, Rendez-Vous nel 2014 e The Distance nel 2016, questi cinque parigini hanno portato all’estremo il loro punk gelido e morbido come le mattonelle, elegante e logoro al tempo stesso, ma mai osceno o vomitevole. Un romantico rendez-vous in bianco e nero, di classe, di quelli che lasciano il segno. Con la voce roca e scassata di Francis, la sua chitarra sbrindellata e i suoi synth sfasciati, e soprattutto quella linea di basso marcata (Sentimental Animal, Paralyzed) e ben eseguita per garantire un ritmo marziale sì ma mai esasperato, i Rendez-Vous si sono fatti le ossa e ora possono stare belli eretti tanto da passare al Superior State. Subito, sin dal primo appuntamento. E questo per schizzare ancora meglio sul palco. Grandiosi. © Charlotte Saintoin/Qobuz
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Musica alternativa e indie - Uscito il 19 ottobre 2018 | Communion Group Ltd

Hi-Res Riconoscimenti 4F de Télérama - Qobuzissime
Peccato ridurre Tamino-Amir Moharam Fouad a un semplice erede di Jeff Buckley circondato dai Radiohead degli esordi. Soprattutto perché il cantautore belga di soli 21 anni offre molto di più di tutto questo nel suo primo album; anche se è vero che Colin Greenwood, bassista del gruppo britannico, partecipa al disco… Tamino, nato a Anversa affascinato da John Lennon, ha sempre serbato in un angolo della sua testa, sotto quella capigliatura nero corvino, le sue origini egiziane. E la musica araba che sua madre ascoltava in casa era ancora più significativa e intensa quando si trattava dell’opera di Muharram Fouad, suo nonno cantante e attore, una star nel Cairo degli anni ’60… Questo ecclettismo è al centro della musica di Tamino che deve tanto al folk di Buckley, alla pop dei Beatles e perfino alla malinconia nonchalante di Leonard Cohen, un altro dei suoi idoli. Ma per assodare queste influenze disparate, il giovane tenebroso possiede un’arma fatale: la voce. Un organo anch’esso plurale, capace tanto di distendersi in lentezza quanto di trasformarsi in falsetto commovente, tecnica impressionante di cui non abusa mai tra l’altro. È questo canto a trasformare Amir in un lungo romanzo straziante. Un racconto di formazione che alterna il sognante (l’epurato folk di Verses) e il lirico come in So It Goes, Each Time e Intervals costruiti su una sessione di corde arabeggianti. Un disco Qobuzissime che, a forza di ascoltarlo, impone la sua poesia originale e commovente. © Marc Zisman/Qobuz
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Musica alternativa e indie - Uscito il 12 ottobre 2018 | Kitsune Musique

Hi-Res Libretto Riconoscimenti Qobuzissime
La storia dei Parcels è insieme un vero sogno d’infanzia e una bella avventura umana. Fondato soltanto quattro anni fa, questo quintetto, rimpinzato di musica e fan degli Steely Dan, è il “primo vero gruppo” per ciascuno dei membri e ha raggiunto velocemente il tutto esaurito in occasione dei suoi primi concerti vicino a Byron Bay, una località surfistica situata nell’estremo est australiano. Ma perfino dall’altra parte del mondo, il profumo delle notti berlinesi li spinge a cercare di fare fortuna in Europa. Bel colpo: la capitale berlinese, centro della musica internazionale, li indirizza verso l’etichetta parigina Kitsuné. In seguito a due EP nei quali dimostrano la loro completa osmosi, Thomas Bangalter si congratula con loro, dandogli al contempo qualche consiglio dopo un concerto a Parigi, e produce qualche mese dopo il loro singolo Overnight. Ormai etichettati come “i protetti dei Daft Punk”, gli australiani presentano il loro primo album con il collettivo – che dà il nome all’album, Parcels –, un’onda pop-funk che ricorda un disco dei Beatles con Nile Rodgers alla chitarra. E alla fine delle dodici tracce (di cui tre singoli hanno già fatto girare la testa a molti, Tieduprightnow, Bemyself e Lightenup), ci si rende conto che questo gruppo è davvero un gruppo, e che i membri non amano fare altro che jazz session. Le parole di Lightenup sono state scritte collettivamente, il che dimostra che i Parcels hanno voglia di percorrere la strada insieme (o a meno che il cantante non sia completamente megalomane). E finché manterranno questo spirito, non c’è nulla che potrebbe farli deviare dall’autostrada del sole. © Smaël Bouaici/Qobuz
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Estratti d'opera - Uscito il 05 ottobre 2018 | Warner Classics

Hi-Res Libretto Riconoscimenti Diapason d'or - Qobuzissime
Per il primo album di recital con orchestra, il giovane soprano franco-danese Elsa Dreisig ha pensato di presentare, riflesse allo specchio, cinque coppie d’arie dai rapporti ambigui. Queste correlazioni fanno scontrare volutamente stili musicali, istanti drammatici, periodi storici e vocalità contrastanti: classicismo e romanticismo si completano, terrore e gioia si rispondono, ed è l’animo femminile in tutte le sue sfaccettature ad essere così mostrato. La prima “coppia” coinvolge veri e propri specchi: quello in cui si ammira Margherita nel Faust di Goethe, quello di Thaïs nell’opera omonima di Massenet. Poi è la volta di Manon Lescaut vista da Puccini, e della Manon (senza Lescaut) creata da Massenet. Quindi Giulietta, in un parallelismo piuttosto ardito: Daniel Steibelt, compositore tedesco un po’ dimenticato del primo romanticismo, e la Juliette di Gounod. Elsa Dreisig prosegue con due celebri Figaro, quello del Barbiere di Rossini, con la deliziosa Rosina, e quello delle Nozze di Mozart, nei teneri accenti della contessa smarrita. Infine, ancora più arditamente, chiude con la Salomè della Hérodiade di Massenet, dolce fanciulla che non vuole assolutamente farsi servire la testa di chicchessia, poi con quella di Strauss con i suoi deliri sanguinari. Forse per evitare qualsiasi tentativo di paragone con altre incisioni già esistenti, ha preferito scegliere la versione francese del 1907 (ricordiamo comunque che la pièce di Oscar Wilde era concepita anch’essa in francese, sin dall’inizio). Un ventaglio fra i più straordinari che si possano immaginare per un primo recital discografico. Dreisig è accompagnata dall’Orchestra di Montpellier, che dirige Michael Schønwandt. © SM/Qobuz
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Elettronica - Uscito il 05 ottobre 2018 | [PIAS]

Hi-Res Riconoscimenti Qobuzissime
Dopo un 2017 lasciato a maggese, il produttore tedesco di origine italiana David August ha lanciato la propria etichetta nel 2018, 99Chants, sulla quale ha pubblicato un album ambient DCXXXIX A.C. e quest’ultimo intitolato D'ANGELO. Ispirato dal pittore transalpino Caravane, David August utilizza per tutta la durata dei sei brani (+ un interludio) la tecnica del chiaro-scuro, come sui 9 minuti di The Life of Merisi, che comincia come un film di fantascienza o una parte di Wipeout, con un ritmo techno/trance degli anni ’90, un sintetizzatore alla Moroder e una voce cavernosa, prima di spegnersi e rinascere sulle armonie limpide di un piano acustico, il suo strumento prediletto. La ballata vaporosa 33Chants e il pezzo che dà il titolo all’album D’Angelo, che apre un varco spazio-temporale verso il Riders on the Storm dei Doors, sono stati composti con lo stesso spirito elettroacustico. Una direzione scelta da David August fin dal suo primo album Times, per il quale si era riconnesso al pianoforte dopo alcuni EP “funzionali” presso la Diynamic Music, l’etichetta di Solomun. Una prova convalidata da due concerti dal vivo eccezionali per Boiler Room nel 2014 e nel 2016 (di cui l’ultimo in compagnia dell’orchestra sinfonica di Berlino), e da un album, che ci immerge in una bolla amniotica che non abbiamo voglia di lasciare. E se dovessimo restare bloccati dentro per l’eternità, non sarebbe poi così grave. © Smaël Bouaici
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Estratti d'opera - Uscito il 28 settembre 2018 | Alpha

Hi-Res Libretto Riconoscimenti Diapason d'or - Qobuzissime
Primo album solista del giovane e bravissimo tenore francese Julien Behr, che abbiamo già ascoltato all’Opéra di Parigi, al Théâtre des Champs-Élysées, all’Opéra di Bordeaux e di Lione, a Salisburgo, a Vienna, a Londra, a Colonia e in tanti altri grandi palchi mondiali; e, su disco, in molte opere liriche fra cui L’Enfant et les sortilèges con la Radio bavarese. Per questo debutto discografico in recital, ha avuto il fiuto di scegliere arie d’opera francesi molto meno praticate di quelle dei sempiterni Don José, Romeo, Faust ed altri grandi eroi, preferendo invece selezionare nel repertorio romantico (allargato fino alla Prima Guerra, diciamo) perle che in genere si ascoltano troppo di rado. Per Gounod attinge a Cinq-Mars; per Bizet, a La bella fanciulla di Perth (una delle pagine più squisite di Bizet), per Thomas a Mignon; e poi, più note ma comunque non molto frequentate, arie che va a pescare nel Léhar de La vedova allegra, nel Godard di Jocelyn, nel Delibes di Lakmé. La dizione assolutamente impeccabile, la voce trasparente ed aerea, che a tratti ricorda Heddle Nash e Jussi Björling: ecco qualcosa che rende perfetto servizio a tale repertorio. L’album si chiude a qualche incollatura dal periodo romantico, è vero, con Vous qui passez sans me voir di Charles Trenet – cioè, il testo è del “Pazzo che canta”, mentre la musica è firmata da Johnny Hess e Paul Misraki, e la canzone era inizialmente destinata a Jean Sablon –, il che dimostra l’amore di Behr per generi di certo più leggeri, ma interpretati in modo elegantissimo. © SM/Qobuz
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Musica alternativa e indie - Uscito il 31 agosto 2018 | Jazz Village

Hi-Res Libretto Riconoscimenti 4F de Télérama - Qobuzissime
Morire oggi. In creolo, mo jodi. Tutto è già detto nel titolo del primo album dei Delgres, impeccabile trio che potremmo velocemente ridurre a dei Black Keys ormeggiati nelle Antille… Delgres sta per Louis Delgrès, colonnello di fanteria abolizionista nato a Saint-Pierre, celebre per la sua proclamazione contro la schiavitù, d’importanza capitale nella resistenza della Guadalupe alle truppe napoleoniche che volevano ristabilire la tratta dei Neri. Delgrès e i suoi 300 uomini sentendosi perduti di fronte ai soldati di Bonaparte preferirono suicidarsi facendosi saltare in aria in virtù del motto rivoluzionario vivere liberi o morire… Questo nome carico di storia non rinchiude tuttavia Pascal Danaë, Baptiste Brondy e Rafgee nella pesantezza di quei gruppi «con un messaggio da trasmettere». I Delgres brandiscono con fierezza il loro nome e gli ideali che lo accompagnano ma fanno prima di tutto un rock dai contorni garage, nutrito di blues degli esordi, soul pura e sonorità provenienti da New Orleans. Associando la chitarra dobro, la batteria e soprattutto il susafono, questo tuba atipico usato nelle bande dei carnevali nelle Antille o per l’appunto a New Orleans, il trio impone la sua originalità. Anche nella scrittura, Danaë alterna, con molta naturalezza, creolo e inglese, giusto per ridurre le frontiere tra le influenze che ha sempre trattato con gusto nel suo percorso da vecchio camionista (Rivière Noire, miglior album delle Musiques du Monde alle Victoires de la Musique del 2015, era proprio lui). Un caleidoscopio stilistico all’immagine della ballata Séré mwen pli fo, cantato in duetto con Skye Edwards dei Morcheeba. Nei suoi momenti nervosi così come nelle sue sequenze nostalgiche e coinvolgenti, Mo Jodi parla di storia ma anche di speranza, costruisce ponti tra continenti e secoli e si rivela essere un periplo gioioso di rock’n’blues’n’soul che sa catturare in modo viscerale. © Marc Zisman/Qobuz
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House - Uscito il 31 agosto 2018 | Neverbeener Records - Grand Musique Management

Hi-Res Libretto Riconoscimenti Qobuzissime
Kiddy Smile vuole rendere popolare la house. Mentre la house vintage è tornata alla carica da alcuni anni e da circa venti la French Touch ha invaso le classifiche, l’emblema della scena ballroom e voguing parigina gioca a carte scoperte sin da questo primo album. Dopo aver lasciato il segno con il brano Let A B!tch Know nel 2016, uscito per la mediatica etichetta Defected, Kiddy Smile punta adesso ancora più in alto e convoca gli spiriti di Robin S, Armand Van Helden e Mojo, suoi riferimenti in fatto di canzoni, sognando forse un destino alla Sylvester, icona gay americana autore del successo planetario You Make Me Feel (Mighty Real) nel 1978. Questo però non vuol dire che abbandoni la house, la quale, non dimentichiamolo, costituisce il substrato di quasi tutte le tracce di questo disco, e più precisamente la vocal house propugnata da Ron Trent e soprattutto da Frankie Knuckles, che negli anni ’90 proiettò il genere nel mainstream americano con i suoi remix di successi soul/pop. Un modello esportabile in Francia? Staremo a vedere... Sta di fatto che Kiddy Smile, assistito da Julien Galner degli Château Marmont alla produzione, dà il meglio di sé, come su Be Honest featuring Rouge Mary, bellissimo brano sentimentale che mette tutti d’accordo, o su One Trick Pony, prodotto da Boston Bun (Ed Banger), che ammicca a un crossover pop/R&B. Due pezzi dall’alto potenziale, accompagnati da numerosi successi da discoteca che danno già voglia di ballare (House of God, Burn the House Down), e dal singolo Dickmatized, che ricorda i Crookers, validissimo duo italiano di fidget. Questo sì che è avere tutte le carte in regola. Ecco cosa vuol dire riunire gli elementi del successo, cosa che merita inevitabilmente un Qobuzissime. © Smaël Bouaici/Qobuz
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Elettronica - Uscito il 27 luglio 2018 | Brainfeeder

Hi-Res Riconoscimenti Qobuzissime
Era chiaro fin da You'll Understand, il suo secondo EP uscito nel 2016 su Distant Hawaii, sottodivisione dell’etichetta londinese Lobster Theremin (che promuove la house lo-fi) e da quel brano malinconico ed esaltante Talk To Me You'll Understand: Ross From Friends ha sfruttato al massimo le sue potenzialità raggiungendo la compiutezza in questo primo album curato nei minimi particolari per ben due anni; una cinquantina di minuti in grado di appagare coloro che erano stati sedotti dalla sua house setosa e dovrebbero garantirgli una nuova base di fan accaniti. Perché la musica di Ross From Friends crea una certa dipendenza, come lo dimostra Thank God I’m a Lizzard, una house sciamanica con chitarre floydiane in delay, mentre Wear Me Down rivela un aspetto più acquatico, che ricorda le produzioni dell’argentino Ernesto Ferreyra e le gocce care a Cadenza, l’etichetta di Luciano. Al carattere ipnotico dei brani di riferimento della minimal techno, Ross From Friends aggiunge un’anima, quella che attinge dalla storia familiare. I suoi genitori furono tra i primi viaggiatori inglesi che andavano in giro per l’Europa negli anni ʽ80 con un soundsystem per diffondere le prime emozioni elettroniche (hi-NRG, italo-disco…). The Knife, una sorta di synth-pop soulful che ci fa sprofondare nuovamente in quelle atmosfere anni ʽ80, prima di lanciarsi con successo con dei BPM più potenti sulla tecno dei Project Cybersyn. “Ogni volta che cominciavo a lavorare su un pezzo, ero immediatamente travolto dall’aspetto più emotivo delle cose, ci spiega. È senza dubbio una delle parti più importanti del lavoro sull’album, cercare di trarre ispirazione da quelle emozioni, da quell’instabilità emotiva”. Un approccio che ricorda quello di un altro produttore britannico della nuova generazione, Leon Vynehall, che ha ideato il suo ultimo album Nothing Is Still basandosi sulla storia dei nonni, con un risultato altrettanto commovente. Il superbo Parallel Sequence con le sue breakbeat mostra inoltre che l’inglese non è fissato sul kick, e, che a differenza di altri, la drum machine non è al centro della sua musica. Sarebbe infatti difficile individuare un asse di rotazione, poiché le sue canzoni (il termine è quello più appropriato) sembrano nascere da un’idea, da un concetto. Il resto dell’album è dotato dello stesso fascino, ed è facile lasciarsi trasportare da un capo all’altro dei dodici brani, in quelle atmosfere ovattate nelle quali Ross From Friends ci ha avvolti. Siamo appena all’estate, ma ecco già probabilmente uno degli album dell’anno e sicuramente un perfetto disco Qobuzissime. © Smaël Bouaici/Qobuz
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Opere integrali - Uscito il 22 giugno 2018 | Decca Music Group Ltd.

Hi-Res Libretto Riconoscimenti 5 de Diapason - Choc de Classica - Qobuzissime
Eh sì, si può ancora scoprire una partitura di Bernstein, o per meglio dire la versione da camera di A Quiet Place, adattata da Garth Edwin Sunderland e per la prima volta diretta e registrata dal direttore d’orchestra Kent Nagano, alla Montréal Symphony House. Ultima partitura scenica del compositore americano ad essere rappresentata per la prima volta alla Houston Grand Opera, nel 1983, fu riveduta dal librettista Stephen Wadsworth e dal compositore, che vi aggiunse diversi frammenti dell’opera in un atto Trouble in Tahiti del 1951, dando luogo a due nuove prime (Scala di Milano e Washington). Una nuova versione – definitiva – ebbe la prima all’Opera di Vienna, sotto la direzione del compositore, nel 1986. Affascinante per più di un motivo, sorta di contemporaneo Intermezzo di Strauss, l’opera dipinge la società americana attraverso la solitudine e la crisi esistenziale di una coppia (Trouble in Tahiti) e di una famiglia. Bernstein citava Mahler per la struttura, con un movimento finale di “grave nobiltà” che ricorda quelli della Terza e della Nona sinfonia del suo venerato modello. Come spesso avviene nella sua produzione, la mescolanza di stili (jazz, coro antico, Broadway, Mahler, Berg, Britten, Copland…) produce un cocktail esplosivo, che occhieggia in direzione della conversazione in musica, piuttosto che del grand-opéra – il che, paradossalmente, rende questo componimento tanto particolare… e tanto accattivante. Da riscoprire, sotto la direzione dell’ex-allievo e fedele Kent Nagano, alla testa di cantanti solisti di alto profilo, per capire quale sia questo «luogo tranquillo» dove «l’amore c’insegnerà l’armonia e la grazia». © Franck Mallet/Qobuz
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Maghreb - Uscito il 15 giugno 2018 | Glitterbeat Records

Hi-Res Libretto Riconoscimenti 4F de Télérama - Qobuzissime
Fugggito dal collettivo Bargou 08, il musicista elettronico tunisino Sofyann Ben Youssef si inventa lo pseudonimo Ammar 808 e pubblica un primo album sconcertante. Come in altri tempi per gli 808 State, pionieri inglesi del movimento acid di Manchester, il nom si riferisce alla leggendaria drum machine TR 808, che troneggiava al centro di qualsiasi produttore di musica elettronica o hip hop alla fine degli anni ’80 o nei primi ’90. E questa si combina a meraviglia con una bella scelta di strumenti tradizionali magrebini (sintir, flauto gasba o cornamusa zukra), senza imporre all’album una dominante nostalgica. L’astuto produttore ha riunito anche qualcuna delle voci più notevoli del panorama giovane dell’Africa settentrionale, il suo compatriota Cheb Hassen Tej (Ichki lel Bey, El Bidha Wessamra), il marocchino Mehdi Nassouli (Boganga & Sandia, Layli), scoperto al fianco di Titi Robin, o ancora l’algerino Sofiane Saïdi (Zine Ezzine), con cui Ammar 808 continua un fruttuoso dialogo iniziato assieme a Mazalda nel convincentissimo album El Ndjoum. Ammar 808 allinea i rifacimenti di pezzi tradizionali, ma li riveste di abiti futuristi, Già eccitati dalle belle sorprese del movimento elettronico shaabi o da quelle del collettivo Acid Arab, con questo Maghreb United i clubber post- primavere arabe non smetteranno più di calcare le piste da ballo. © Benjamin MiNiMuM/Qobuz
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Musica alternativa e indie - Uscito il 08 giugno 2018 | Easy Eye Sound

Hi-Res Libretto Riconoscimenti Qobuzissime
Dopo aver percorso la West Coast con i suoi Clams, Shannon Shaw parte a Nashville come Dusty Springfield nel 1968. Riferimento assicurato a Dusty in Memphis, questo primo capitolo in solitaria segna l’inizio di un’emancipazione. Shannon & The Clams, è quel gruppo di Oakland, California, influenzato tanto dai Primus che dai Devo, dai Missing Person o da Roy Orbison, abile nell’arte del travestimento, che gira cortometraggi assurdi, invitando i giornalisti nelle loro camere esigue e che firmano un contratto con la Burger Records. È una poesia scritta di punk, rockabilly, doo-wop e garage. Più punk, più scomposto: gli Hunx and His Hunx che Shannon raggiungeva su richiesta di Seth Bogart. Sola, Shannon offre a se stessa un altro scenario. La sua voce consunta si sposa con la soul doo-wop dei grandi gruppi femminili, Ronettes, Shirelles o Shangri-Las, già in germe in Onion dei Clams prodotto da Dan Auerbach. E se Shannon tiene ancora il basso, si trova in una posizione principale. Fan dei Clams, il cantante dei Black Keys ha invitato Shannon con una telefonata nel suo studio Easy Eye Sound. La bionda prosperosa è corsa al volo, sei pezzi in tasca, per raggiungere una cricca di musicisti superdiplomati, il tempo di realizzare il destino che le era stato promesso. I vecchi hanno registrato con Aretha, Elvis o Dusty... Roba da far arrossire. Roba da far arrossire soprattutto i suoi amori spezzati e malinconici, far saltare le cuciture della sua voce felina e mostrare il suo carisma di grande cantante. Melodie scintillanti anni '60, arrangiamenti cinematografici di un buon James Bond, Auerbach ha scolpito un album su misura, classico e di classe. Con leggeri tocchi di glockenspiel, di vibrafoni e carillon, che sprigionano quel dolce odore di chiuso del passato. Dan ha fatto il suo Phil Spector, ha messo a profitto il genio di Shaw, svelato la diva. © Charlotte Saintoin/Qobuz
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Jazz - Uscito il 25 maggio 2018 | Edition Records

Hi-Res Riconoscimenti Qobuzissime
Gancio destro, gancio sinistro e un uppercut sul mento! Il primo album degli Enemy ti prende così. Dietro il nome c'è un giovane trio composto dal pianista Kit Downes, dal bassista Frans Petter Eldh e dal batterista James Maddren. Tre giovani musicisti della scena jazz internazionale che si sono già esibiti sul palco da solisti o al fianco di altre star. L'unione delle forze viene soprattutto dall'esigenta di dare libero sfogo ai propri impulsi creativi. Prodotto dallo stesso Eldh, questo album è uno tsunami di jazz contemporaneo. Una tempesta poliritmica che delizierà i fan di power trio alla The Bad Plus. Qobuzissime! Mescolando influenze che vanno da da Keith Jarrett a Oscar Peterson, Kit Downes disegna improvvisazioni multicolori abbaglianti. Ma la forza del pianista britannico è ovviamente quella di rimanere attaccato al ritmo di Eldh e Maddren che sono il cuore di questa centrale nucleare. Ma Enemy non è esclusivamente sinonimo di potenza e di questi inseguimenti mozzafiato. Perché quando il trio si avvicina alle ballate, è capace di una forza narrativa altrettanto accattivante. In definitiva, un Enemy molto più amichevole di quanto sembri... © Marc Zisman / Qobuz
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Musica alternativa e indie - Uscito il 18 maggio 2018 | Marathon Artists

Hi-Res Riconoscimenti 4F de Télérama - Qobuzissime
Il secondo album in studio di Courtney Barnett è tanto geniale quanto semplice. Non semplicistico, semplice. Il rock’n’roll partorito dalla giovane australiana è anzi di una purezza e di una limpidezza quasi disarmante. Perché? Perché contiene grandi canzoni. Sì, avete letto bene, canzoni. Quella «cosa» che fa sì che un disco sia o meno un buon disco… Come la compilation del suo doppio EP iniziale ( A Sea of Split Peas), il suo primo album (Sometimes I Sit And Think, And Sometimes I Just Sit) e il suo disco in coppia con Kurt Vile (Lotta Sea Lice), questo Tell Me How You Really Feel mette in fila dieci trip che alternano alla perfezione caustico humour e confessione sincera. Soprattutto, la Barnett si rivela molto più introspettiva rispetto al passato. E siccome le va tutto a gonfie vele, sia sul piano professionale (un impressionante successo di pubblico e di critica a livello internazionale) che su quello sentimentale (la sua love story duratura con la compagna e collega Jen Cloher), si sente che l’australiana si è presa il tempo necessario per rifinire una a una tutte e dieci queste composizioni. Il tocco di classe, poi, è dato dal fatto che tratta temi universali triti e ritriti (amori, ansie, frustrazioni, opinioni) senza mai cadere nel cliché. Come al solito, infatti, Courtney Barnett riveste la sua prosa di un inappuntabile indie rock chitarroso, mai sovraccarico, influenzato dai suoi idoli di sempre (Lou Reed, Kurt Cobain, Neil Young, Jonathan Richman…) e per cui ha invitato, su due tracce, le sorelle Deal, Kim e Kelley dei Breeders. Com’è che diceva Neil Young già nella sua famosa Hey Hey, My My, Rock’n’roll can never die. © Marc Zisman/Qobuz
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Classica - Uscito il 11 maggio 2018 | Arts & Crafts Productions Inc.

Hi-Res Libretto Riconoscimenti Qobuzissime
Canadese trentunenne, Jean-Michel Blais non è uno sconosciuto sulla scena contemporanea neoclassica. Dopo un primo album sobriamente intitolato «II», già presso Caroline Distribution, ci propone oggi una nuova collezione di titoli (per la maggior parte diffusi separatamente da qualche settimana) di un lirismo incontenibile. Con il suo pianoforte trasformato in carillon, viaggia seguendo gli zefiri, su rive ove lo conduce la sua insaziabile creatività. Al centro, blind, il titolo forse più seducente dei quarantacinque minuti (anche se sourdine…), ci immerge nell’ideale di una musica che mescola l’acustico e le macchine, rilassante e vellutata. gods ci trasporterà altrove, in chiesa forse, ma il ritorno delle basi indica che i veri dèi di Jean-Michel Blais non sono forse quelli che credevamo. igloo avrebbe potuto essere un titolo spaziale ed assolutamente panteista, ma Blais, che sa essere caustico, qui è proprio urbano: l’«igloo» in questione sono le città contemporanee, piene di “caverne”, dove tutto si sovrappone. D’ora in poi il nome di Blais saprà rievocare in voi aromi sonori singolari. C’è qualcosa, in questa malinconia aspra, fraterna, dolce eppure sensuale, che attraversa gran parte della creazione musicale nordamericana, la stessa che impregna tanto i grandi spazi sonori di un Copland (Quiet City) o di un Bernard Herrmann (The Snows of Kilimanjaro) quanto le figure ostinate di uno Steve Reich (The Four Sections) o le volute aeree di uno dei rappresentanti più fantasiosi della scena pop canadese, Patrick Watson – si pensi al suo Lighthouse, in cui ritroviamo la stessa visione dello strumento, come liberato dei martelletti. Jean-Michel Blais sospende il tempo, in un modo discreto, che sotto la maschera dell’eleganza sa essere tenace: le sue citazioni (ad esempio dell’ipnotica melodia del movimento lento del Secondo Concerto di Rachmaninov, nella traccia roses) aprono a salutari e rilassanti evasioni. Blais ci tende la mano. La cortesia spinge a non rifiutare l’invito. © Pierre-Yves Lascar/Qobuz
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Vocal jazz - Uscito il 04 maggio 2018 | Silvertone

Hi-Res Libretto Riconoscimenti Qobuzissime
Hailey Tuck non nasconde la sua passione per Madeleine Peyroux e Melody Gardot, eppure già possiede quel qualcosa che è suo e basta. Quel tocco personale che fa della giovane texana approdata a Parigi una voce accattivante e non una suiveuse di serie B. Pensate che Larry Klein in persona ‒ il produttore delle sue due principali ispiratrici ‒ ha prodotto il primo album di questa fanciulla che sembra condividere il parrucchiere di Louise Brooks e lo stesso guardaroba di Joséphine Baker. Klein ha trovato la cornice ideale, mai sovraccarica, il suono puro e pulito di cui aveva bisogno, aiutata nella sua impresa da musicisti di alto livello come il batterista Jay Ballerose (Elton John, Robert Plant) o il chitarrista Dean Parks (Joe Cocker, Steely Dan)… In quanto al repertorio, l’eclettismo e la qualità delle cover mostrano altrettanto buon gusto. Sia che rivisiti That Don't Make It Junk di Leonard Cohen, Cry To Me (resa popolare da Solomon Burke), Cactus Tree di Joni Mitchell, Some Other Time di Leonard Bernstein, Underwear dei Pulp, Alcohol dei Kinks, Junk di Paul McCartney, I Don’t Care Much dalla colonna sonora di Cabaret o, ancora, la meravigliosa Say You Don’t Mind di Colin Blunstone, Hailey Tuck usa sempre con stile la sua voce birichina e un po’ retrò ad ogni parola, ad ogni frase. Non resta che lasciarsi cullare da questo bel Qobuzissime, incuranti dello spirito dei nostri tempi. © Max Dembo/Qobuz
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Jazz - Uscito il 06 aprile 2018 | Okeh

Hi-Res Libretto Riconoscimenti 4F de Télérama - Qobuzissime
C’è un motivo se questo album tanto bello quanto inclassificabile si chiama Nordub. Nor sta infatti per North (Nord), rappresentato qui da Nils Petter Molvaer. Nel 1997, quando l’ECM pubblica l’incredibile Khmer, questo trombettista norvegese fa tremare il pianeta jazz integrando l’elettronica nel suo universo sonoro alquanto atmosferico. Nor sta anche per il suo compatriota, il chitarrista Eivind Aarset, e per quel maneggione del DJ finlandese Vladislav Delay. Le tre lettere Dub alludono invece alla coppia più emblematica del genere: il batterista Sly Dumbar e il bassista Robbie Shakespeare. Nel 2016, quest’associazione più che mai atipica tra il tandem giamaicano e Nils Petter Molvaer si è esibita sul palco. Tanto per riscaldarsi un po’ prima di entrare in studio tutti insieme, a Oslo. L’universo di Molvaer è sempre stato ibrido per definizione, con il suo mix di tessiture mai esclusivamente jazz. È un suono che fa leva su più livelli atmosferici senza mai trascurare la forza creativa delle sue improvvisazioni o composizioni. Qui, il trombettista lascia addirittura penetrare il suono unico di Sly & Robbie con grande naturalezza. In ciò risiede probabilmente la forza di Nordub. Nessuno prende il sopravvento, nessuno cerca di soffocare l’altro. La fusione è totale e sincera. Si sente anzi che i due volponi sessantenni escono dalla loro zona di comfort abituale per partecipare attivamente alla musica che prende forma. Senza dimenticare il lavoro di Aarset e Delay, altrettanto fondamentale nella resa finale. Insieme, i nostri cinque avventurieri del suono partoriscono una bella sinfonia di dub’n’jazz atmosferico. Davvero singolare. © Marc Zisman/Qobuz
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Musica alternativa e indie - Uscito il 06 aprile 2018 | Transgressive

Hi-Res Riconoscimenti Qobuzissime
Un viaggiatore. Un narratore. Un tuttofare. Un collezionista. E soprattutto un autore. Cosmo Sheldrake è tutto questo. E altro ancora! Uomo-orchestra virtuoso, che sa suonare un numero indecente di strumenti, questo giovane britannico è l’artefice di piccole sinfonie magiche e apolidi. Canzoni che evocano sia lo spirito di fanfare caro a Beirut (a cui, comunque, il pensiero torna spesso) sia la musica ripetitiva e minimalista, le musiche del mondo, il pop barocco nel senso in cui lo intendevano i Kinks di Village Green Preservation Society alla fine degli anni ’60, l’universo dell’icnoclasta Moondog e mille altri suoni. Suoni che Cosmo Sheldrake si diverte a raccogliere ai quattro angoli del mondo, con un registratore portatile sempre a portata di mano. Ma la forza di The Much Much How How And I consiste nel non cadere mai nel chiacchiericcio sperimentale. Al contrario!! La canzone, quella vera, con un inizio, un mezzo e una fine – compresi ritornello e melodia – rimane il suo primo graal. L’album è toccante e bello, perché concepito con questo scopo in mente. Con il produttore elettronico Matthew Herbert alla console, anche lui avvezzo ai collage spaziali, The Much Much How How And I possiede l’immaginazione esuberante di un testo di Lewis Carroll e tutti i colori sonori dell’arcobaleno. A colpo sicuro il più Cosmo-polita dei Qobuzissimi! © Marc Zisman/Qobuz
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Elettronica - Uscito il 09 marzo 2018 | Ed Banger Records

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10LEC6 in francese suona come dyslexie ovverosia dislessia, difficoltà specifica e duratura della lettura che si manifesta durante l’infanzia e l’adolescenza, riconosciuta come un disturbo dell’apprendimento. Che i 10LEC6 abbiano appreso diversamente non c’è dubbio... Ma questo collettivo afro-post-punk ha soprattutto digerito un numero di influenze alquanto impressionante. Post-punk funky a iosa ‒ come quello che facevano gli ESG e i Liquid Liquid a New York negli anni ’80 ‒ ma anche disco, house, punk stile Bad Brains, afrobeat, elettronica altamente fuori di testa e ritmi tribali belli tosti. Dal 2004 questo gruppo dalla geometria variabile formato attorno allo street artist Simon e al produttore e DJ Jess (del duo Jess & Crabble) mescola i generi come nessun altro! Un mix reso ancora più possente nel 2014 dall’arrivo di una nuova voce, Nicole, che canta in Bulu, lingua bantu parlata nel sud del suo Camerun natale. Con Bone Bame, il ritmo si impossessa dei corpi e delle menti. Questo terzo album apparso sotto la Ed Banger, l’etichetta di Pedro Winter, è soprattutto una lunga trance fatta di percussioni e suoni elettronici, che i bassi smisurati e la voce incantatoria di Nicole rendono totalmente inafferrabili. Non resta che abbandonarsi amabilmente su questo dancefloor singolare e cosmopolita più unico che raro. Un Qobuzissime a 360°! © Marc Zisman/Qobuz