Il vostro carrello è vuoto

Categorie :



What is a Qobuzissime? It’s an award presented by Qobuz for a first or second album.

Pop or Reggae, Metal or Classical, Jazz or Blues, no genre is excluded. More often than not the award is presented to a newly discovered artist.

Sometimes it might be a particularly quirky or a crossover album from a discography.

The important aspects are uniqueness, sincerity and quality. We look for these things in the recording, the project and the sound identity.





Gli album

A partire da:
HI-RES11,49 €14,49 €(21%)
CD7,99 €9,99 €(20%)

Musica alternativa e indie - Uscito il 07 maggio 2021 | Third Man Records LLC

Hi-Res Riconoscimenti Qobuzissime
Con questo primo album da solista, che ha scritto, eseguito, registrato e prodotto quasi da sola, Natalie Bergman ha voluto condividere il suo personalissimo mondo con gli altri. Perché Mercy è un universo a sé stante. Dodici canzoni singolari, spirituali, che parlano di morte e resurrezione, accompagnate dalla sua voce versatile e da un'atmosfera vintage che sembra appartenere ad un'epoca passata... Natalie Bergman ha trascorso un decennio a cantare nei Wild Belle con suo fratello Elliot, un duo con sede a Los Angeles con un'inclinazione per il pop, il reggae, lo ska e la psichedelia. Quella vita è andata in pezzi il giorno in cui i loro genitori sono stati uccisi da un automobilista ubriaco. Cresciuta con una forte fede, Natalie ha deciso di ritirarsi in un monastero nella Chama Valley del New Mexico. E lì è nato Mercy, un disco catartico, avvolto nell'essenza della musica gospel, che secondo lei è la vera sorgente del rock'n'roll. Una opera unica, eterna, che sottolinea la sua visione della musica, che lei considera sacra e curativa “La mia fede e la mia musica sono entrambe essenziali per la mia esistenza. Canto molto di ciò che considero 'casa' in questo album. Il mio paradiso, il mio cielo. Credere nell'esistenza di quel luogo è stato il mio più grande conforto. Avevo il bisogno di sapere che mio padre si trovava lì. La sua morte improvvisa ha portato la mia mente in un caos vorticoso. La musica gospel mi dà speranza. È la buona novella. È esemplare. È un veicolo di verità. Può tenerti in vita. Questo album mi ha concesso la speranza che io stessa potessi tornare a vivere”.Un affascinante ritorno tra i vivi attraverso la musica gospel che non vira mai verso il bigottismo, anzi, va persino oltre la fede. Mercy è un'opera che profuma di cultura musicale: i suoni e la strumentazione di questo album devono tanto al rock degli anni '50 quanto al soul degli anni '60 o all'highlife dell'Africa occidentale. Non sorprende che Natalie Bergman sia cresciuta in una casa dove suonavano gli album di Dylan ed Etta James... ma anche di Pharoah Sanders, Lou Reed, Alton Ellis e Lucinda Williams. Ed è altrettanto logico che un musicista colto come Jack White l'abbia scelta per la sua etichetta Third Man Records, una label dotata di buon gusto, dove anche altri musicisti non disdegnano di trarre la propria ispirazione dal passato... La morte ha cambiato la sua vita, la sua musica può cambiare la vostra: Natalie Bergman è un dono del cielo. © Marc Zisman/Qobuz
A partire da:
HI-RES13,49 €15,99 €(16%)
CD13,49 €

Jazz contemporaneo - Uscito il 30 aprile 2021 | WM Germany

Hi-Res Libretto Riconoscimenti Qobuzissime
In un mondo che ama così tanto la semplificazione, Isfar Sarabski potrebbe facilmente venire etichettato come il “Tigran dell'Azerbaijan”. Eppure il pianista nato a Baku non è proprio una fotocopia del suo collega armeno. Anche se proviene dal cosiddetto “Est”. Anche se non ascolta solo jazz. E anche se la musica popolare dei suoi antenati contamina la sua... Ma Isfar Sarabski non è altri che Isfar Sarabski. Il suo primo album, Planet (premiato con un Qobuzissime!) è visceralmente jazz. Nel suo approccio all'improvvisazione. Negli scambi che Sarabski intreccia con l'impeccabile sezione ritmica composta da due stelle americane, il batterista Mark Guiliana e il bassista Alan Hampton. E nel modo in cui gestisce lo spazio all'interno della sua musica. Studente del prestigioso Berklee College of Music e vincitore del Concorso Internazionale del Montreux Jazz Festival nel 2009, lo stile musicale del trentenne azero talvolta può essere accostato quello di Brad Mehldau - e la presenza di Guiliana contribuisce al paragone - ma si avventura anche nel classico approccio minimalista della scuola Nils Frahm/Max Richter/Ólafur Arnalds... La partecipazione del Main Strings Ensemble e del Baku Strings Quartet mostra ancor di più che questi paragoni sono più vicini a delle sensazioni che a vere e proprie filiazioni. C'è da dire inoltre che Isfar Sarabski ha un forte senso della narrazione, e dimostra di nutrire un rispetto per la tradizione mugham (un mix di jazz e di musica tradizionale azera resa popolare dal defunto Vagif Mustafazadeh): sui brani The Edge e Novruz ha invitato Shahriyar Imanov, un suonatore di târ, un liuto dal lungo manico tipico della cultura musicale dell’Azerbaijan. E anche quando si diverte a rivisitare un'aria del Lago dei cigni di Tchaikovsky (con Swan Lake), apporta un gusto molto personale. Quando si lascia il Planet Sarabski resta il desiderio di ritornarvi il più presto possibile. Un pianeta che merita di essere esplorato più accuratamente: questo bell'album acustico non mostra tutta la tavolozza di colori del suo autore, che nel tempo libero è anche un manipolatore elettronico... © Marc Zisman/Qobuz
A partire da:
HI-RES14,49 €
CD12,49 €

Funk - Uscito il 26 marzo 2021 | Brownswood Recordings

Hi-Res Riconoscimenti Qobuzissime
Con STR4TA, si sale sulla macchina del tempo! Due vecchie glorie del groove d'oltremanica hanno unito le loro forze per raccogliere la torcia del funk britannico degli anni '80 (chi si ricorda di Beggar & Co, Light of the World, Lynx, Atmosfear, Hi-Tension, Freeez e altri Shakatak?) e l'acid-jazz degli anni 90: il chitarrista delle Mauritius Jean-Paul “Bluey” Maunick e il franco-britannico Gilles Peterson - DJ, produttore e boss delle etichette Acid Jazz, Talkin' Loud e Brownswood. È impossibile parlare del loro progetto STR4TA senza rievocare la band Incognito che, dal 1980, suona il meglio del soul inglese, una vera e propria macchina creatrice di groove, con i suoi incredibili fiati, i cori da hooligans in abito da sera e soprattutto le indimenticabili melodie. Al timone di questa crociera sul mare del soul, Bluey contribuisce con ballate dolci ma mai stucchevoli, o con sensuali inni da dancefloor. L'orecchio funky di questo eccellente chitarrista è tale che grandi nomi come Chaka Khan e George Benson (il suo idolo) l'hanno invitato per alcune produzioni e sessioni.All'inizio degli anni 90, Gilles Peterson ha scosso l'Inghilterra con il suo soul dalle tonalità jazz e R&B: l’acid-jazz. Un periodo di gloria per band come Brand New Heavies, Galliano, Young Disciples, Jamiroquai e Incognito, che finirono sotto l'ala della Talkin' Loud. Un'intera scena che immaginava di miscelare le atmosfere e le musiche di Curtis Mayfield con quelle di Gil Scott-Heron, o di Roy Ayers con quelle di Stevie Wonder. Questo, nel caso di Incognito, con l'aiuto delle voci di alcune dee del soul come Jocelyn Brown, Carleen Anderson, Maysa e Sarah Brown... Nel 2021, STR4TA eredita questo patrimonio, assieme al suo DNA, aggiungendo una dose di smooth jazz, alcuni temi degni delle migliori colonne sonore Blaxploitation, un tocco di funky irrefrenabile, e soprattutto, con una produzione più moderna. Nello studio di Gilles e JP, troviamo una sfilata di virtuosi del groove, la maggior parte ex-Incognito, come i bassisti Randy Hope-Taylor e Francis Hylton, i tastieristi Matt Cooper e Ski Oakenfull, il batterista Pete Ray Biggin, il sassofonista Paul Booth e il percussionista Francesco Mendolia. In Aspects, ognuno di loro si lascia andare ad una sincera gioia di suonare, regalando all'album una sensazione live che rende questa musica ancora più godibile. Con gli slap funkeggianti del basso, i synth vintage e le percussioni dalla precisione chirurgica a cucire l'insieme, il progetto STR4TA ha tutte le carte in regola per incendiare le dancefloor e farci danzare! © Marc Zisman/Qobuz
A partire da:
HI-RES16,99 €
CD14,49 €

Musica alternativa e indie - Uscito il 19 febbraio 2021 | Lonely Lands Records

Hi-Res Riconoscimenti Qobuzissime
Dietro la copertina di Terra Firma, con la sua veste grafica quasi mistica, degna di un gruppo progressive rock anni '70, si nasconde l'inclassificabile secondo album di Tash Sultana. La musicista australiana è una di quelle che hanno iniziato a suonare molto presto, e da sole. All'età di tre anni, suo padre le regalò la sua prima chitarra. Da adolescente, si esibiva come artista di strada nella sua nativa Melbourne. Ma nel 2016, Natasha Sultana ha conquistato il resto del mondo con la sua musica, superando i 70 milioni di visualizzazioni sui social media con il brano Jungle, frutto delle sue bedroom sessions trasmesse su YouTube dalla sua cameretta; brano che è arrivato terzo nell'ambita classifica Triple J's Hottest 100. Dopo alcuni EP, nell'estate del 2018 la giovane australiana pubblicherà il suo primo album, sulla sua etichetta indipendente, la Lonely Lands Records. Flow State è un patchwork pop-soul come quello dei suoi esordi, in cui Tash suona tutti gli strumenti (ne padroneggia una ventina) utilizzando loop ed effetti della sua pedalboard, suo marchio di fabbrica. Da allora, riempie gli stadi e le copertine dei magazine, come Rolling Stone, su cui parla della Stratocaster TC Signature che la Fender le ha dedicato.“Terra Firma è il sole, la terra, ci mettiamo i piedi sopra per ricordare dove siamo, da dove veniamo”, dice la donna che intende trasformare il suo folgorante successo in una carriera a lungo termine. Tash Sultana ha curato personalmente anche gli arrangiamenti così come una parte della produzione, che ha gestito assieme a Matt Corby. E questo si sente fin dalla strumentale Musk, che, con le sue chitarre brillanti, il sax ricco di groove e il basso dalla melodia catchy, apre un album di 14 tracce che oscillano tra soul, R'n'B, funk, folk e pop leggero, su cui lei posa la sua voce alla Erykah Badu e tra le quali spiccano le affascinanti Pretty Lady e Sweet & Dandy. Per arrivare a questa miscela così ricca, ben dosata, ipnotica ma mai ridondante, che lei descrive come “un incontro tra Aretha Franklin, Bon Iver e John Mayer”, Tash ha collaborato con il rapper Jerome Farah (su Willow Tree) e con Josh Cashman (su Dream My Life Away), entrambi di Melbourne. Un vero colpo da maestro, a soli 25 anni. © Charlotte Saintoin/Qobuz
A partire da:
HI-RES14,99 €
CD10,99 €

R&B - Uscito il 29 gennaio 2021 | Transgressive

Hi-Res Riconoscimenti 4F de Télérama - Qobuzissime
La voce di una generazione. Lo si è detto di Bob Dylan, che non voleva sentirne parlare... Anaïs Oluwatoyin Estelle Marinho - alias Arlo Parks - ha reagito allo stesso modo quando è stata etichettata come portavoce della generazione Z (i nati tra il 1997 e il 2010) dopo il suo EP del 2019, Super Sad Generation. Una volta messa da parte la trovata di marketing, ci possiamo godere senza ulteriori distrazioni Collapsed in Sunbeams, il suo brillante album di debutto, dove l'artista si muove tra vaporoso R'n'B, pop leggero e neo trip hop. Probabilmente l'album più profondo dell'inizio del 2021... Prima di scrivere canzoni, la cantante londinese originaria del Ciad con radici francesi e nigeriane, scriveva soprattutto poesie. Da grande fan di Sylvia Plath, Ginsberg e Nabokov qual'era, è stata rapidamente attratta dalla scrittura. La passione di raccontare storie - spesso personali - ancor prima di metterle in musica. Con Collapsed in Sunbeams (titolo estrapolato, guarda caso, dalle pagine del romanzo Della Bellezza di Zadie Smith), Arlo Parks enfatizza questa sua passione letteraria, trasfigurandola completamente in musica. E riesce ad affrontare temi come la separazione sentimentale (Caroline), l'amore non corrisposto (Eugene) o l'alcolismo (Hurt), con rara finezza e intelligenza. Le sue melodie agrodolci accompagnano testi spesso malinconici, a volte tristi, con un'energia visceralmente pop. Un braccio di ferro sostenuto da una voce ipnotica che ricorda quella della ex collaboratrice di Tricky, Martina Topley-Bird, così come quella di Lily Allen (che l'apprezza a sua volta) o di Jorja Smith. A soli 20 anni, Arlo Parks non è qui solo di passaggio. Probabilmente sarà sotto i riflettori per molti anni a venire. Una vera rivelazione. © Marc Zisman/Qobuz
A partire da:
HI-RES15,49 €
CD13,99 €

Musica alternativa e indie - Uscito il 29 gennaio 2021 | City Slang

Hi-Res Riconoscimenti Qobuzissime
Ormai, è diventato un dato statistico: ogni dieci anni, una cantante inglese di nome Anna pubblica il suo album di debutto segnando la sua epoca. Nel 2011 è stata Anna Calvi. Nel 2021, sarà Anna B Savage. Una vera cantante underground, apparsa per la prima volta nel 2015 con un primo EP piuttosto riservato, seguito da qualche concerto e niente più. Non sono molti, quelli che l'hanno vista in concerto, in quel periodo in cui si tenevano ancora i concerti. Ma chi era presente, se lo ricorda bene. Con la sua chitarra accordata in modo bizzarro, come per suonare un blues medievale, e la sua voce elusiva, come se più persone cantassero dentro di lei, Anna B Savage ha stregato un piccolo pubblico, appassionato di quel tipo di musica che si differenzia da tutte le altre. Una figlia naturale di Cat Power, che trasuda uno strano malessere che, nascosto dietro una chitarra, può diventare anche sensuale, intenso e desiderabile. A Common Turn è il suo primo album, ed è come una pozione magica, un unicorno musicale. Su una base di folk contorto, Anna costruisce canzoni che sembrano venire da lontano, dopo un viaggio attraverso lo spazio-tempo musicale. A seconda dei propri riferimenti personali, l'ascoltatore potrà sentire nella voce e nelle melodie degli echi di Beth Gibbons (Portishead), Antony & the Johnsons, Nico, Connie Converse, Dionne Warwick o di cantanti di jazz operistico del passato. Ma A Common Turn non è un disco facile da decifrare, né semplice di per sé. Gli arrangiamenti spaziano dai cori ai ritmi ballabili, fino al suono di questa chitarra segnata dal tempo. Anche quando la sua musica vira verso la magniloquenza, Anna B Savage rimane fragile, incerta, equilibrista, erratica, come se cercasse la strada nelle sue stesse canzoni. Fa pensare ad una Biancaneve che corre in una cupa foresta di alberi intricati e minacciosi, o che aspetta il bacio del principe nel suo sonno avvelenato. E, accanto a lei, tutti gli altri sono come dei nani. © Stéphane Deschamps/Qobuz
A partire da:
HI-RES13,49 €
CD8,99 €

Chill-out - Uscito il 29 gennaio 2021 | Wonderwheel Recordings

Hi-Res Riconoscimenti Qobuzissime
È ormai da tre o quattro anni che Jean Dasso (alias Yeahman) è sulla scena, prima con le sue serate di bass music/tropical “Ghetto Sonido” a Tolosa, poi, nel 2017, con il brano Miniyamba (con le voci suadenti delle cantanti Mina Shankha e Hajna), che ha contribuito a destare un interesse da parte della Wonderwheel Recordings. Capitanata da DJ Nickodemus, l'etichetta di Brooklyn (che annovera grandi nomi del circuito “global bass”, come Quantic, Chancha Via Circuito, DJ Khalab o El Buho) ha offerto a Yeahman di pubblicare il suo primo LP, che lui, onorando la sua immagine di avventuriero, è andato a registrare a Dakar, Napoli, Marsiglia e Tolosa.E, fin dall'incipit, il francese dimostra la sua particolarità, con l'accattivante samba sognante Deelahli, con la voce quasi sfocata di Mina Shankha, e a seguire la morbidissima Baixi Baixi, accompagnata dalle due sorelle portoghesi di Aluna Project su un charango e un ritmo di dembow. Ma a Yeahman piacciono anche i ritmi squadrati, come su Soupe Feu e i suoi campionamenti di corde sminuzzate, su Sakoneta (con la sua kora, made in Dakar) o su GLI-F4, il tutto sostenuto da un beat house vellutato e ipnotico. Ritroviamo Mina Shankha e Hajna su una cover del classico della cumbia peruviana Cariñito, o Omar Zidia, cantante e chitarrista del gruppo tuareg Ezza su Ouloullou. Per andare infine a chiudere questo viaggio Qobuzissime nell'Ostriconi (una regione paradisiaca della Corsica) con Lecce 74 e la folktronica del produttore inglese Robin Perkins, alias El Búho, nuovo compagno di etichetta di Yeahman e senza dubbio futuro compagno di viaggio. © Smaël Bouaici/Qobuz
A partire da:
HI-RES14,99 €
CD9,99 €

Blues - Uscito il 08 gennaio 2021 | Dead Oceans

Hi-Res Riconoscimenti Qobuzissime
La musica soul era migliore in passato? No! Questa risposta arriva dal primo album di Aaron Frazer. Dopo essersi fatto notare come batterista e seconda voce di Durand Jones & the Indications, questo giovane soul brother di Baltimora che vive a Brooklyn lancia ora la sua carriera da solista con Introducing..., un'opera impeccabile dal sapore vintage (ma non troppo), affidata alla produzione dell'immancabile Dan Auerbach. Nell'Easy Eye Sound Studio di Nashville - ovvero il covo dei Black Keys - il falsetto celeste di Frazer, influenzato da Smokey Robinson e Curtis Mayfield, risuona alla perfezione. Consapevole e appassionato come tutti i grandi cantanti soul degli anni Cinquanta e Sessanta, si destreggia con sconcertante disinvoltura tra canzoni d'amore puro e brani dai temi impegnati. La sua voce morbida è come un sussurro divino, moderno e nello stesso momento senza tempo. Come il cast transgenerazionale che lo accompagna, composto sia da vecchie glorie come i Memphis Boys (grandi musicisti che hanno messo il loro firma su Son of A Preacher Man di Dusty Springfield e su (You Make Me Feel Like) A Natural Woman di Aretha Franklin), sia dai più giovani virtuosi della scuderia Daptone - Big Crown Records... Gospel, doo-wop, funk e Northern Soul (con Over You e il suo coinvolgente beat up-tempo), Frazer ha persino evocato lo spirito di Marvin Gaye e quello di Gil Scott-Heron sulla suadente e funky Bad News. Conosce e padroneggia i classici senza mai essere un nostalgico. E il suo magnifico Introducing... è a tutti gli effetti un album del 2021, non del 1961. Come i suoi contemporanei Mayer Hawthorne o Curtis Harding, Aaron Frazer riesce a trasporre nel nostro tempo la sua passione per la grande musica del passato. Sa che la bellezza del soul risiede nel fatto che si tratta di una musica capace di piangere con te, gioire con te, mentre ti fa venire voglia di ballare o ti fa essere più consapevole del mondo che ti circonda. Che sia il 1961 o il 2021. © Marc Zisman/Qobuz
A partire da:
HI-RES13,49 €
CD8,99 €

House - Uscito il 11 dicembre 2020 | Happiness Therapy

Hi-Res Riconoscimenti Qobuzissime
Il nome del canadese Jesse Bru ha iniziato a circolare in Francia nel 2012. Scoperto dall'etichetta parigina Karat (gestita dal duo di DJ Alex e Laëtitia Katapult) grazie al suo progetto di micro-house Hot Keys (in coppia con il connazionale Ryan Trann), il produttore di Vancouver è diventato famoso l'anno successivo, grazie alla club hit Psychedelic Brain Paint, tratta dal suo EP di debutto Changing for You. Si trattava di una house lo-fi eterea, simile a quella dei Motor City Drum Ensemble, contenente campionamenti della folla in delirio e di una Janis Joplin in preghiera (Work Me Lord, versione Woodstock). Jesse Bru finisce nell'olimpo dei DJ in auge, facendo tappa a Berlino, dove sforna un EP dopo l'altro senza batter ciglio. Due anni fa, stanco di questo lavoro a catena, torna di nuovo a Vancouver per stilare un bilancio e prendersi il tempo di progettare un primo album, o quasi.In effetti, il canadese aveva già pubblicato un long format, Mid City (in digitale, nel 2012), ma si trattava più di una raccolta di brani che di un album vero e proprio. The Coast invece ci dà l'opportunità di goderci finalmente Jesse Bru in lunghezza, con 15 brani pieni di piccoli colpi di genio e grandi piaceri. Da produttore hip-hop che è passato alla musica elettronica dopo un periodo a Montreal, Jesse Bru ha mantenuto il gusto per i campionamenti fin dal principio. Anche se campiona sé stesso sempre più di frequente, ha ancora un'ossessione per gli estratti cinematografici. Su The Coast troviamo il tipo di patchwork che ne ha decretato il successo: una preponderante componente house dalle venature di soul newyorkese, bagnata in una tavolozza di colori e suoni caldi - con gioielli come All Day Bae e Workin (Should Be Livin) – e delle opzioni UK garage (Life's Alright), techno (Lucid Dreaming), jazz o drum'n'bass, come Cmwtme, sublime traccia che mescola tromba e ritmo Amen break. In pratica, un omaggio agli anni '90: “Mi piacciono molto l'electro, i break, la techno e la jungle, e la musica super emozionale”, spiega Jesse Bru, che sottolinea la libertà che questo album rappresenta. “Mi sentivo come se stessi facendo sempre la stessa cosa, pubblicavo EP in serie per cercare di mantenermi rilevante sulla scena”. Con un album di così alto livello, viene quasi voglia di chiudere Jesse Bru nel suo studio! © Smaël Bouaici/Qobuz
A partire da:
HI-RES13,49 €
CD8,99 €

Musica alternativa e indie - Uscito il 20 novembre 2020 | Licence Kuroneko - Sodasound

Hi-Res Riconoscimenti Qobuzissime
A partire da:
HI-RES13,49 €
CD8,99 €

Metal - Uscito il 20 novembre 2020 | Nuclear Blast

Hi-Res Riconoscimenti Qobuzissime
Erlend Hjelvik, l'ex frontman dei geniali Kvelertak, due anni dopo la sua separazione dal gruppo norvegese torna sulle scene con il suo primo album da solista. Con il loro terzo album (Nattesferd, del 2016), i nativi di Stavanger avevano composto un'opera più ancorata alle radici heavy e black metal (care ad Erlend), a scapito delle influenze punk che avrebbero dato un nuovo fascino alla band. Si può dire che la spaccatura sia iniziata proprio qui. È con Welcome To Hel che Erlend fa sentire di nuovo la sua voce, dopo quattro anni di assenza dagli studi di registrazione. Fortemente ispirato al folklore vichingo, questa sua prima avventura in solitario è epica, imponente e soprattutto composta in modo eccellente. In questo album, l'heavy metal mescolato con influenze doom e black ci riporta direttamente al terzo lavoro dei Kvelertak, ma con una volontà più evidente e risoluta.Fin dalle prime note di Father War, quella che si abbatte su di noi a un ritmo frenetico è una carica di soldati assetati di sangue. L'intenzione dell'album è chiara: mescolando le suddette influenze con il thrash e il rock'n'roll, Erlend ci vuole offrire un manifesto realizzato magistralmente, ricco di momenti generosi sia nella tecnica che nei dettagli mozzafiato. Eppure, il frontman non dimentica ciò che sa fare meglio, e pensa alle folle che dovrà domare quando comincerà nuovamente ad andare in tour in giro per il mondo. Dietro questa gamma di competenze tecniche si nasconde una vera e propria sensibilità per le melodie catchy, che i fan saranno ben lieti di gridare da sotto il palco. Non possiamo fare altro che inchinarci quando veniamo travolti da brani come Glory of Hel, Kveldulv o North Tsar. Una menzione speciale va ai due ospiti dell'album: Matt Pike (Sleep / High on Fire) e Mike Scalzi (Slough Feg), che aggiungono un'ennesima dose di testosterone, come se non fosse già abbastanza!Ispirato e facilmente fruibile, questo album è un vero e proprio manifesto di guerra, un incredibile viaggio in un universo che viene dominato dall'inizio alla fine. Manipolando le influenze come pochi sanno fare, e con la sua scarica di rock'n'roll tinto di heavy, black, doom e thrash, Welcome To Hel si impone come uno degli album metal dell'anno. © Maxime Archambaud/Qobuz
A partire da:
HI-RES15,99 €
CD13,49 €

Classica - Uscito il 16 ottobre 2020 | Warner Classics

Hi-Res Libretto Riconoscimenti Qobuzissime
« Vieux pays merveilleux des contes de nourrice » (“Antico paese da favola dei racconti dell'infanzia”): bastano queste poche parole per evocare il ricordo della meravigliosa interpretazione di Régine Crespin della Shéhérazade di Ravel. Soprattutto dal punto di vista timbrico, perché la voce del soprano egiziano Fatma Said, nei medi e nelle note basse, irradia colori caldi e scuri. E la sua dizione è brillante: ogni parola è chiaramente comprensibile, e ogni nota dà colore alla parola, sottolineandone il significato. Non c'è dubbio che la cantante, musicalmente estremamente versatile - e che qui appunto ricorda le esibizioni vibranti di Régine Crespin - troverebbe una gamma ancora più ampia di possibilità espressive nella versione orchestrale, poiché ogni tanto si ha l'impressione che il pianoforte meravigliosamente timbrico e preciso di Malcolm Martineau la rallenti un po'. Il programma ci conduce in Spagna, dove Martineau viene sostituito dalla sottile chitarra di Rafael Aguirre. I due brani di De Falla mostrano ulteriori aspetti dell'arte vocale di Fatma Said, come la sua straordinaria agilità e leggerezza! Il suo canto diventa una carezza. Nella Canción de Marinela di José Serrano, la sua voce si fa più densa e crea momenti indimenticabili di tenera sensualità. Sarebbe bello se un giorno Fatma Said decidesse di esplorare qualche grande ruolo in una zarzuela spagnola... sarebbe semplicemente divina! Nelle tre canzoni di Federico García Lorca, tratte dalla collezione 13 Canciones españolas antiguas, è sorprendentemente discreta, di nobile eleganza, anche nei sensuali arabeschi della Nana de Sevilla. Una transizione ideale verso la musica "araba" scelta successivamente da Fatma Said. Introduce, ad esempio, una bella melodia del compositore egiziano Gamal Abdel-Rahim (1924-1988), per poi passare al magnifico Adieux de l'hôtesse arabe di Bizet, in cui Burcu Karadağs con il suo ney (una sorta di flauto di canna) improvvisa facendo da contrappunto alla voce di lei. Gli ultimi quattro titoli presentano dei classici egiziani e libanesi dall'atmosfera un po' "jazzy" e nostalgica. Un album incantevole e ammaliante, che emoziona profondamente. © Pierre-Yves Lascar/Qobuz
A partire da:
HI-RES16,49 €
CD11,99 €

Musica alternativa e indie - Uscito il 02 ottobre 2020 | Heavenly Recordings

Hi-Res Riconoscimenti 4F de Télérama - Qobuzissime
Tagliente, asciutta e anticonvenzionale: la sorprendente scena neo-post punk che sta fiorendo nel Regno Unito sta invadendo anche le dancefloor, e questo grazie ai Working Men’s Club. Con l’omonimo album di debutto, il giovane quartetto di Todmorden - 25 chilometri a nord di Manchester - mostra le sue carte, ed è un full di ispirazioni: dai New Order del periodo Power, Corruption & Lies ai The Fall, Human League, Gang of Four e Suicide. 18 anni appena compiuti, il leader dei WMC Sydney Minsky-Sargeant spiega la genesi di queste ispirazioni. “A Todmorden non c’è molto che si possa fare per un adolescente. La città è piuttosto isolata. E può essere abbastanza deprimente vivere in un posto dove, in inverno, c’è luce solo dalle 9 del mattino alle 4 del pomeriggio.” Quindi è logico che questi protetti della Fat White Family si siano messi all’opera. Così, rinchiusi nella loro stanza, hanno fatto violentemente suonare i loro sintetizzatori, le loro chitarre e la batteria. Testi più declamati che cantati, groove instancabili, riff di chitarra e di basso, tutto miscelato in un frullatore, senza tregua. Tenere a freno il proprio corpo è impossibile: si piega, si agita e si contorce al ritmo di questa affascinante sinfonia elettro-rock acido giovanile, che a volte ricorda gli LCD Soundsystem dei primi tempi. I WMC indossano magliette con scritto “Socialism”, battezzano una delle loro canzoni John Cooper Clarke (poeta punk sempre popolare) e cancellano il grigio dai cieli dello Yorkshire, dove sono nati. Quando Sydney Minsky-Sargeant è rilassato entra quasi nell’edonismo new wave (Outside). Ma quando è infuriato, la disco punk tinta di electrofunk si impadronisce della sua anima (Teeth). Questo primo album ci lascia sbalorditi. La sua dimensione impressionante è dovuta anche alla produzione asciutta e diretta di Ross Orton (The Fall, M.I.A., Arctic Monkeys). Senza perdere altro tempo: Working Men’s Club, peschiamo la nostra carta! © Marc Zisman/Qobuz
A partire da:
HI-RES13,49 €
CD8,99 €

R&B - Uscito il 02 ottobre 2020 | Haliblue Records

Hi-Res Riconoscimenti Qobuzissime
Con Goldress, il loro primo EP pubblicato nel 2019, Alban e Yvan Murenzi - alias YellowStraps - avevano già mostrato un livello molto alto. Anche la copertina era particolare: i due fratelli posavano ordinati come scolaretti, dritti nelle loro salopette, con le teste avvolte come in un cappuccio di raso dorato. E naturalmente gli otto brani: ben costruiti e pensati e traboccanti di neo-soul, nella linea dei vari Maverick Sabre, Daniel Caesar e King Krule, o nello stile della brulicante nuova scena soul britannica che, guidata da Jordan Rakei, ha saputo coniugare con raffinatezza e precisione nu soul, chill e jazz. Dimostrare una così grande maturità in così giovane età è una cosa rara. Ma va detto che i due fratelli, cresciuti in Uganda ma arrivati presto in Belgio, sono coinvolti da tempo nella scena di Bruxelles - al fianco di Roméo Elvis e del rinomato producer Le Motel - e hanno già avuto diverse soddisfazioni. Il lockdown della primavera 2020 è stato per loro più una ispirazione che un ostacolo, infatti si sono imposti di comporre un brano al giorno, moltiplicando le collaborazioni a distanza. Una sfida vinta a piene mani, soprattutto perché tutti i sedici brani di Yellockdown Project contengono dei veri e propri tesori, con ospiti provenienti da diversi ambienti musicali ma ben radicati nell'avanguardia del neo-soul e del rap. Ad esempio, possiamo trovare i parigini Crayon e Lord Esperanza, o il californiano Jae Luna. Quest’opera espande il ventaglio delle possibilità e porta questo tipo di mix sonoro a un livello più alto. Da notare che rispetto a Goldress i fratelli Murenzi hanno deciso di utilizzare anche la lingua francese, con il rap di Raison, Visage, Frissons e Si tu savais. Una vera gemma che lascia trasparire un enorme potenziale, che riporta il Belgio e la sua fiorente scena sulla scacchiera musicale. © Charlotte Saintoin/Qobuz
A partire da:
HI-RES14,49 €
CD9,99 €

Musica da camera - Uscito il 25 settembre 2020 | Passacaille

Hi-Res Libretto Riconoscimenti Qobuzissime
Il Richter Ensemble esegue musica dal XVII al XX secolo esclusivamente su corde di budello e utilizza la sua esperienza con la pratica dell'esecuzione storica per accrescere il senso per lo sviluppo del linguaggio musicale nel corso dei secoli. L'ensemble si dedica con passione alla musica della Seconda Scuola Viennese e, sulla base della sua ricerca, ha deciso di orientare la percezione di questa musica in una nuova direzione, sulla via della riscoperta e della riconquista non solo della sua modernità ma anche delle sue connessioni con il passato. Per questo motivo i musicisti hanno progettato di registrare l'intera collezione di opere per il quartetto d'archi della Seconda Scuola Viennese, per inserirli in un contesto storico e combinarli con opere inusuali di altri compositori. La loro prima produzione si chiama Vienna 1905-1910, con musiche di Webern, Schönberg e Berg: il Langsamer Satz di Webern, lo String Quartet No. 2 di Schönberg con mezzosoprano (come originariamente voluto!) e l'Opus 3 di Berg. Questo approccio riesce a catturare una tavolozza di suoni completamente nuova e svela un linguaggio romantico dalle sfumature spesso trascurate dai quartetti d'archi, a volte così severamente moderni, con le loro corde di metallo. Grazie a questo, la fruizione di queste opere diventa per l'ascoltatore meno difficoltosa. © Passacaille
A partire da:
HI-RES17,49 €
CD12,49 €

Jazz - Uscito il 11 settembre 2020 | Blue Note Records

Hi-Res Riconoscimenti Qobuzissime
I supergruppi a volte sono super-commercializzati e ci lasciano super-indifferenti. L’esatto opposto del primo album di Artemis, pubblicato da Blue Note. Dietro il nome della dea della natura selvaggia e della caccia si celano sette musiciste provenienti da tutto il mondo. Sono tutte big del jazz contemporaneo. A capo di questo cast eterogeneo e multigenerazionale, c’è Renee Rosnes. La pianista canadese, direttrice musicale del progetto, ha riunito la clarinettista israeliana Anat Cohen, la sassofonista tenore cilena Melissa Aldana, la trombettista canadese Ingrid Jensen, la contrabbassista giapponese Noriko Ueda, la batterista americana Allison Miller e – su due brani – la cantante franco-americana Cécile McLorin Salvant. “Ogni membro di Artemis è una persona unica, e questo è ciò di cui ha bisogno una band, versatilità”, dice Cohen. “Sono le personalità che rendono la vita interessante e la musica affascinante.” L’identità del gruppo è emersa in modo organico e non calcolato a tavolino. Perché Artemis riunisce sette leader, ognuna con la propria visione e prospettiva, ma che hanno suonato assieme con un approccio comune per tutto l’album. Per Jensen, che ha ideato il nome del settetto, “il personaggio della dea greca Artemide è rappresentativo dell’energia e della vasta gamma di prospettive musicali che il nostro gruppo porta sul palco.” Il successo di un album sta tutto qui: in una unione naturale. Un album pieno di sorprese, con composizioni per lo più originali, ma che offre anche delle eclettiche cover: The Fool on the Hill dei Beatles; la vecchia hit dimenticata degli anni ’40 Cry, Buttercup, Cry resa popolare da Maxine Sullivan; The Sidewinder, un classico di Lee Morgan; e If It’s Magic di Stevie Wonder. Gli arrangiamenti dell’esperta Renee Rosnes sono prefetti per dare ad ogni voce il suo giusto spazio. Nessuna di queste sette amazzoni sovrasta l’altra. E anche se la volontà di fondare una band esclusivamente femminile è un messaggio forte in un mondo del jazz dominato dagli uomini, noi assaporiamo la bellezza e l’intelligenza di questa musica, senza dover per forza pensare al genere del suo autore. © Marc Zisman/Qobuz
A partire da:
HI-RES14,49 €
CD9,99 €

Hip-Hop/Rap - Uscito il 11 settembre 2020 | 911

Hi-Res Riconoscimenti Qobuzissime
A partire da:
HI-RES19,49 €
CD13,99 €

Jazz - Uscito il 21 agosto 2020 | Concord Jazz

Hi-Res Riconoscimenti Pitchfork: Best New Music - Qobuzissime
Al momento dell'uscita del suo primo vero album da solista, Nubya Garcia era già sommersa da infinite lodi, premi, progetti e collaborazioni multiple. La ventinovenne londinese è indubbiamente diventata una delle protagoniste principali della nuova scena jazz inglese, e la musica del suo sassofono, colorata e ben articolata, si è già fatta notare su numerosi album, come quelli di Nérija e Maisha, o su due terzi dell'emblematica We Out Here (2018), compilation dell'etichetta Brownswood di Gilles Peterson, che riunisce i nomi più importanti di questa generazione. E assieme ad alcuni di questi protagonisti ha registrato Source. Affincata da musicisti del calibro di Joe Armon-Jones (tastiere), Daniel Casimir (basso) e Sam Jones (batteria), Garcia si è assicurata di essere ben equipaggiata per portare la sua musica ben oltre i confini del jazz contemporaneo, e oltre quelli del Regno Unito. Come spesso accade con i musicisti locali di oggi, sono le sonorità caraibiche, africane e persino urbane a colorare i ritmi e le melodie. Una fusion che è spesso presente negli album jazz made in UK, ma alla quale lei conferisce il suo tocco speciale. L'influenza di Herbie Hancock (periodo Headhunters/primo periodo Columbia Records) non è di certo lontana (Inner Game, The Message Continues). Una sensazione amplificata dal funky di Joe Armon-Jones, mago dell'organo e del synth.Ma Nubya Garcia è affamata di altri suoni e paesaggi. Su Source, la title track , il dub è chiaramente uno di questi. Su Together is a Beautiful Place To Be, rivela una delicata sensualità soul e R&B. Stand With Each Other è avvolta da ritmi nyabinghi. Quanto a La cumbia me está llamando, il titolo non lascia dubbi sulle sue influenze... Tutte le sequenze disegnano il ritratto di una donna saldamente ancorata al suo tempo. Una musicista in armonia con le sue radici e la sua storia personale, che pone il senso della collettività al centro delle sue riflessioni. A tal fine, ha invitato Richie Sievwright, Cassie Kinoshi e Sheila Maurice-Grey della band Kokoroko; i colombiani di La Perla (La cumbia me está llamando); e la cantante di Chicago Akenya Seymour (Boundless Beings). Con questo album Qobuzissime, Nubya Garcia riesce a spingersi oltre, abbatendo i muri che cercano di rinchiudere il jazz in una sorta di ghetto. © Marc Zisman/Qobuz
A partire da:
HI-RES11,99 €
CD7,99 €

Punk/New wave - Uscito il 03 luglio 2020 | Duchess Box Records

Hi-Res Riconoscimenti Qobuzissime
Bastano pochi secondi di Freier Geist di Sofia Portanet per trasformare il 2020 nel 1980. Nonostante sia nata alla fine del 1989 e non abbia mai vissuto quell'epoca, l'album di debutto della cantante tedesca (vincitore di un Qobuzissime) instilla nuova linfa vitale alla Neue Deutsche Welle. Gli anni '80 sono stati un periodo in cui Nina Hagen ha regnato - con tanta energia e un po' di follia - sulla new wave e sul post-punk europeo, mentre i Kraftwerk stavano ampliando notevolmente il loro pubblico. Era un'epoca caratterizzata dai ritmi marziali dei D.A.F., dai deliri romantici di Kate Bush, Toyah e Lene Lovich e dallo stravagante pop di Falco e Rita Mitsouko. Tutti questi artisti sono cari a Sofia Portanet, artista nata a Kiev, cresciuta a Parigi e che ora vive a Berlino. Canta brillantemente in tedesco come in inglese e francese, e trova ispirazione anche in quelle grandi voci che hanno mescolato cinema, teatro e cabaret, come Ingrid Caven e Hildegard Knef. In sintesi, l'incantevole Freier Geist è l'equilibrio perfetto tra la nostalgia degli anni '80 (anche senza averli vissuti) e i bagliori della modernità. Ma è soprattutto la potenza che caratterizza la musica di Sofia Portanet a renderla così affascinante. © Marc Zisman/Qobuz
A partire da:
HI-RES19,49 €
CD13,99 €

Musica alternativa e indie - Uscito il 12 giugno 2020 | Virgin Music UK LAS (S&D)

Hi-Res Riconoscimenti Qobuzissime
Con To Love Is To Live, Jehnny Beth vede il suo nome figurare da solo sulla copertina di un album, per la prima volta nella sua intensa carriera. Veramente intensa dato che l’ex metà del duo John & Jehn, salita alla ribalta come cantante del gruppo Savages, è stata scelta prima dai Gorillaz (per We Got the Power), poi ha duettato con Julian Casablancas degli Strokes (su Boy/Girl), interpretato dei film (Un Amour impossible di Catherine Corsini e Kaamelott di Alexandre Astier) ed è stata giornalista/presentatrice radiofonica (in Start Making Sense su Beats 1) e presentatrice televisiva (in Echoes, sul canale Arte). Per non parlare di C.A.L.M.: Crimes Against Love Memories, una raccolta di racconti erotici illustrati dalle foto di Johnny Hostile (l’altra metà del duo John & Jehn), pubblicata nell’estate del 2020. Non aggiungiamo altro! Questa ricchezza, sia essa stilistica, sonora, emozionale o contestuale, è al centro di To Love Is To Live, così come è nel cuore di Camille Berthomier, alias Jehnny Beth. In questo viaggio impegnativo e complesso, Jehnny Beth ha affidato la produzione e gran parte della strumentazione ad Atticus Ross, Flood e Johnny Hostile. Tre complici scelti per scolpire un affascinante mix di post-punk, new wave dal sapore industriale, cold wave elettronica, colonne sonore di film immaginari e rock visceralmente dark. Un’alternanza di territori ricchi di contrasti, enfatizzati anche dagli ospiti che la francese ha invitato, tra cui Romy Madley Croft di The xx, l’attore Cillian Murphy e Joe Talbot, cantante degli Idles...Come una pioggia d’Aprile, si passa dal punk industrial ultra-violento di How Could You - in duo con Talbot - a una ballata da sogno, sostenuta da un sensuale pianoforte suonato dalla stessa Beth, su French Countryside. Nonostante questo eclettismo, To Love Is To Live ha comunque un tono unitario. Come una Polaroid di un mondo complesso, pieno di tensioni, incertezze e domande sull’identità sessuale, sugli estremismi o semplicemente sul futuro del mondo. Un’istantanea che Jehnny Beth ha costruito a sua immagine e somiglianza. Forte e impressionante come lo è la copertina creata da Tom Hingston (che aveva firmato la copertina Mezzanine dei Massive Attack). Ma anche molto umana. La prima canzone dell’album s’intitola I Am. Quella che lo chiude, Human. È la chiusura del cerchio: “I Am Human”. © Marc Zisman/Qobuz