Gli album

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Elettronica - Uscito il 27 luglio 2018 | Brainfeeder

Hi-Res Riconoscimenti Qobuzissime
Era chiaro fin da You'll Understand, il suo secondo EP uscito nel 2016 su Distant Hawaii, sottodivisione dell’etichetta londinese Lobster Theremin (che promuove la house lo-fi) e da quel brano malinconico ed esaltante Talk To Me You'll Understand: Ross From Friends ha sfruttato al massimo le sue potenzialità raggiungendo la compiutezza in questo primo album curato nei minimi particolari per ben due anni; una cinquantina di minuti in grado di appagare coloro che erano stati sedotti dalla sua house setosa e dovrebbero garantirgli una nuova base di fan accaniti. Perché la musica di Ross From Friends crea una certa dipendenza, come lo dimostra Thank God I’m a Lizzard, una house sciamanica con chitarre floydiane in delay, mentre Wear Me Down rivela un aspetto più acquatico, che ricorda le produzioni dell’argentino Ernesto Ferreyra e le gocce care a Cadenza, l’etichetta di Luciano. Al carattere ipnotico dei brani di riferimento della minimal techno, Ross From Friends aggiunge un’anima, quella che attinge dalla storia familiare. I suoi genitori furono tra i primi viaggiatori inglesi che andavano in giro per l’Europa negli anni ʽ80 con un soundsystem per diffondere le prime emozioni elettroniche (hi-NRG, italo-disco…). The Knife, una sorta di synth-pop soulful che ci fa sprofondare nuovamente in quelle atmosfere anni ʽ80, prima di lanciarsi con successo con dei BPM più potenti sulla tecno dei Project Cybersyn. “Ogni volta che cominciavo a lavorare su un pezzo, ero immediatamente travolto dall’aspetto più emotivo delle cose, ci spiega. È senza dubbio una delle parti più importanti del lavoro sull’album, cercare di trarre ispirazione da quelle emozioni, da quell’instabilità emotiva”. Un approccio che ricorda quello di un altro produttore britannico della nuova generazione, Leon Vynehall, che ha ideato il suo ultimo album Nothing Is Still basandosi sulla storia dei nonni, con un risultato altrettanto commovente. Il superbo Parallel Sequence con le sue breakbeat mostra inoltre che l’inglese non è fissato sul kick, e, che a differenza di altri, la drum machine non è al centro della sua musica. Sarebbe infatti difficile individuare un asse di rotazione, poiché le sue canzoni (il termine è quello più appropriato) sembrano nascere da un’idea, da un concetto. Il resto dell’album è dotato dello stesso fascino, ed è facile lasciarsi trasportare da un capo all’altro dei dodici brani, in quelle atmosfere ovattate nelle quali Ross From Friends ci ha avvolti. Siamo appena all’estate, ma ecco già probabilmente uno degli album dell’anno e sicuramente un perfetto disco Qobuzissime. © Smaël Bouaici/Qobuz
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Classica - Uscito il 22 giugno 2018 | Decca Music Group Ltd.

Hi-Res Libretto Riconoscimenti Qobuzissime
Eh sì, si può ancora scoprire una partitura di Bernstein, o per meglio dire la versione da camera di A Quiet Place, adattata da Garth Edwin Sunderland e per la prima volta diretta e registrata dal direttore d’orchestra Kent Nagano, alla Montréal Symphony House. Ultima partitura scenica del compositore americano ad essere rappresentata per la prima volta alla Houston Grand Opera, nel 1983, fu riveduta dal librettista Stephen Wadsworth e dal compositore, che vi aggiunse diversi frammenti dell’opera in un atto Trouble in Tahiti del 1951, dando luogo a due nuove prime (Scala di Milano e Washington). Una nuova versione – definitiva – ebbe la prima all’Opera di Vienna, sotto la direzione del compositore, nel 1986. Affascinante per più di un motivo, sorta di contemporaneo Intermezzo di Strauss, l’opera dipinge la società americana attraverso la solitudine e la crisi esistenziale di una coppia (Trouble in Tahiti) e di una famiglia. Bernstein citava Mahler per la struttura, con un movimento finale di “grave nobiltà” che ricorda quelli della Terza e della Nona sinfonia del suo venerato modello. Come spesso avviene nella sua produzione, la mescolanza di stili (jazz, coro antico, Broadway, Mahler, Berg, Britten, Copland…) produce un cocktail esplosivo, che occhieggia in direzione della conversazione in musica, piuttosto che del grand-opéra – il che, paradossalmente, rende questo componimento tanto particolare… e tanto accattivante. Da riscoprire, sotto la direzione dell’ex-allievo e fedele Kent Nagano, alla testa di cantanti solisti di alto profilo, per capire quale sia questo «luogo tranquillo» dove «l’amore c’insegnerà l’armonia e la grazia». © Franck Mallet/Qobuz
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Maghreb - Uscito il 15 giugno 2018 | Glitterbeat Records

Hi-Res Libretto Riconoscimenti 4F de Télérama - Qobuzissime
Fugggito dal collettivo Bargou 08, il musicista elettronico tunisino Sofyann Ben Youssef si inventa lo pseudonimo Ammar 808 e pubblica un primo album sconcertante. Come in altri tempi per gli 808 State, pionieri inglesi del movimento acid di Manchester, il nom si riferisce alla leggendaria drum machine TR 808, che troneggiava al centro di qualsiasi produttore di musica elettronica o hip hop alla fine degli anni ’80 o nei primi ’90. E questa si combina a meraviglia con una bella scelta di strumenti tradizionali magrebini (sintir, flauto gasba o cornamusa zukra), senza imporre all’album una dominante nostalgica. L’astuto produttore ha riunito anche qualcuna delle voci più notevoli del panorama giovane dell’Africa settentrionale, il suo compatriota Cheb Hassen Tej (Ichki lel Bey, El Bidha Wessamra), il marocchino Mehdi Nassouli (Boganga & Sandia, Layli), scoperto al fianco di Titi Robin, o ancora l’algerino Sofiane Saïdi (Zine Ezzine), con cui Ammar 808 continua un fruttuoso dialogo iniziato assieme a Mazalda nel convincentissimo album El Ndjoum. Ammar 808 allinea i rifacimenti di pezzi tradizionali, ma li riveste di abiti futuristi, Già eccitati dalle belle sorprese del movimento elettronico shaabi o da quelle del collettivo Acid Arab, con questo Maghreb United i clubber post- primavere arabe non smetteranno più di calcare le piste da ballo. © Benjamin MiNiMuM/Qobuz
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Musica alternativa e indie - Uscito il 08 giugno 2018 | Easy Eye Sound

Hi-Res Libretto Riconoscimenti Qobuzissime
Dopo aver percorso la West Coast con i suoi Clams, Shannon Shaw parte a Nashville come Dusty Springfield nel 1968. Riferimento assicurato a Dusty in Memphis, questo primo capitolo in solitaria segna l’inizio di un’emancipazione. Shannon & The Clams, è quel gruppo di Oakland, California, influenzato tanto dai Primus che dai Devo, dai Missing Person o da Roy Orbison, abile nell’arte del travestimento, che gira cortometraggi assurdi, invitando i giornalisti nelle loro camere esigue e che firmano un contratto con la Burger Records. È una poesia scritta di punk, rockabilly, doo-wop e garage. Più punk, più scomposto: gli Hunx and His Hunx che Shannon raggiungeva su richiesta di Seth Bogart. Sola, Shannon offre a se stessa un altro scenario. La sua voce consunta si sposa con la soul doo-wop dei grandi gruppi femminili, Ronettes, Shirelles o Shangri-Las, già in germe in Onion dei Clams prodotto da Dan Auerbach. E se Shannon tiene ancora il basso, si trova in una posizione principale. Fan dei Clams, il cantante dei Black Keys ha invitato Shannon con una telefonata nel suo studio Easy Eye Sound. La bionda prosperosa è corsa al volo, sei pezzi in tasca, per raggiungere una cricca di musicisti superdiplomati, il tempo di realizzare il destino che le era stato promesso. I vecchi hanno registrato con Aretha, Elvis o Dusty... Roba da far arrossire. Roba da far arrossire soprattutto i suoi amori spezzati e malinconici, far saltare le cuciture della sua voce felina e mostrare il suo carisma di grande cantante. Melodie scintillanti anni '60, arrangiamenti cinematografici di un buon James Bond, Auerbach ha scolpito un album su misura, classico e di classe. Con leggeri tocchi di glockenspiel, di vibrafoni e carillon, che sprigionano quel dolce odore di chiuso del passato. Dan ha fatto il suo Phil Spector, ha messo a profitto il genio di Shaw, svelato la diva. © Charlotte Saintoin/Qobuz
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Jazz - Uscito il 25 maggio 2018 | Edition Records

Hi-Res Riconoscimenti Qobuzissime
Gancio destro, gancio sinistro e un uppercut sul mento! Il primo album degli Enemy ti prende così. Dietro il nome c'è un giovane trio composto dal pianista Kit Downes, dal bassista Frans Petter Eldh e dal batterista James Maddren. Tre giovani musicisti della scena jazz internazionale che si sono già esibiti sul palco da solisti o al fianco di altre star. L'unione delle forze viene soprattutto dall'esigenta di dare libero sfogo ai propri impulsi creativi. Prodotto dallo stesso Eldh, questo album è uno tsunami di jazz contemporaneo. Una tempesta poliritmica che delizierà i fan di power trio alla The Bad Plus. Qobuzissime! Mescolando influenze che vanno da da Keith Jarrett a Oscar Peterson, Kit Downes disegna improvvisazioni multicolori abbaglianti. Ma la forza del pianista britannico è ovviamente quella di rimanere attaccato al ritmo di Eldh e Maddren che sono il cuore di questa centrale nucleare. Ma Enemy non è esclusivamente sinonimo di potenza e di questi inseguimenti mozzafiato. Perché quando il trio si avvicina alle ballate, è capace di una forza narrativa altrettanto accattivante. In definitiva, un Enemy molto più amichevole di quanto sembri... © Marc Zisman / Qobuz
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Musica alternativa e indie - Uscito il 18 maggio 2018 | Marathon Artists

Hi-Res Riconoscimenti 4F de Télérama - Qobuzissime
Il secondo album in studio di Courtney Barnett è tanto geniale quanto semplice. Non semplicistico, semplice. Il rock’n’roll partorito dalla giovane australiana è anzi di una purezza e di una limpidezza quasi disarmante. Perché? Perché contiene grandi canzoni. Sì, avete letto bene, canzoni. Quella «cosa» che fa sì che un disco sia o meno un buon disco… Come la compilation del suo doppio EP iniziale ( A Sea of Split Peas), il suo primo album (Sometimes I Sit And Think, And Sometimes I Just Sit) e il suo disco in coppia con Kurt Vile (Lotta Sea Lice), questo Tell Me How You Really Feel mette in fila dieci trip che alternano alla perfezione caustico humour e confessione sincera. Soprattutto, la Barnett si rivela molto più introspettiva rispetto al passato. E siccome le va tutto a gonfie vele, sia sul piano professionale (un impressionante successo di pubblico e di critica a livello internazionale) che su quello sentimentale (la sua love story duratura con la compagna e collega Jen Cloher), si sente che l’australiana si è presa il tempo necessario per rifinire una a una tutte e dieci queste composizioni. Il tocco di classe, poi, è dato dal fatto che tratta temi universali triti e ritriti (amori, ansie, frustrazioni, opinioni) senza mai cadere nel cliché. Come al solito, infatti, Courtney Barnett riveste la sua prosa di un inappuntabile indie rock chitarroso, mai sovraccarico, influenzato dai suoi idoli di sempre (Lou Reed, Kurt Cobain, Neil Young, Jonathan Richman…) e per cui ha invitato, su due tracce, le sorelle Deal, Kim e Kelley dei Breeders. Com’è che diceva Neil Young già nella sua famosa Hey Hey, My My, Rock’n’roll can never die. © Marc Zisman/Qobuz
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Classica - Uscito il 11 maggio 2018 | Arts & Crafts Productions Inc.

Hi-Res Libretto Riconoscimenti Qobuzissime
Canadese trentunenne, Jean-Michel Blais non è uno sconosciuto sulla scena contemporanea neoclassica. Dopo un primo album sobriamente intitolato «II», già presso Caroline Distribution, ci propone oggi una nuova collezione di titoli (per la maggior parte diffusi separatamente da qualche settimana) di un lirismo incontenibile. Con il suo pianoforte trasformato in carillon, viaggia seguendo gli zefiri, su rive ove lo conduce la sua insaziabile creatività. Al centro, blind, il titolo forse più seducente dei quarantacinque minuti (anche se sourdine…), ci immerge nell’ideale di una musica che mescola l’acustico e le macchine, rilassante e vellutata. gods ci trasporterà altrove, in chiesa forse, ma il ritorno delle basi indica che i veri dèi di Jean-Michel Blais non sono forse quelli che credevamo. igloo avrebbe potuto essere un titolo spaziale ed assolutamente panteista, ma Blais, che sa essere caustico, qui è proprio urbano: l’«igloo» in questione sono le città contemporanee, piene di “caverne”, dove tutto si sovrappone. D’ora in poi il nome di Blais saprà rievocare in voi aromi sonori singolari. C’è qualcosa, in questa malinconia aspra, fraterna, dolce eppure sensuale, che attraversa gran parte della creazione musicale nordamericana, la stessa che impregna tanto i grandi spazi sonori di un Copland (Quiet City) o di un Bernard Herrmann (The Snows of Kilimanjaro) quanto le figure ostinate di uno Steve Reich (The Four Sections) o le volute aeree di uno dei rappresentanti più fantasiosi della scena pop canadese, Patrick Watson – si pensi al suo Lighthouse, in cui ritroviamo la stessa visione dello strumento, come liberato dei martelletti. Jean-Michel Blais sospende il tempo, in un modo discreto, che sotto la maschera dell’eleganza sa essere tenace: le sue citazioni (ad esempio dell’ipnotica melodia del movimento lento del Secondo Concerto di Rachmaninov, nella traccia roses) aprono a salutari e rilassanti evasioni. Blais ci tende la mano. La cortesia spinge a non rifiutare l’invito. © Pierre-Yves Lascar/Qobuz
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Vocal jazz - Uscito il 04 maggio 2018 | Silvertone

Hi-Res Libretto Riconoscimenti Qobuzissime
Hailey Tuck non nasconde la sua passione per Madeleine Peyroux e Melody Gardot, eppure già possiede quel qualcosa che è suo e basta. Quel tocco personale che fa della giovane texana approdata a Parigi una voce accattivante e non una suiveuse di serie B. Pensate che Larry Klein in persona ‒ il produttore delle sue due principali ispiratrici ‒ ha prodotto il primo album di questa fanciulla che sembra condividere il parrucchiere di Louise Brooks e lo stesso guardaroba di Joséphine Baker. Klein ha trovato la cornice ideale, mai sovraccarica, il suono puro e pulito di cui aveva bisogno, aiutata nella sua impresa da musicisti di alto livello come il batterista Jay Ballerose (Elton John, Robert Plant) o il chitarrista Dean Parks (Joe Cocker, Steely Dan)… In quanto al repertorio, l’eclettismo e la qualità delle cover mostrano altrettanto buon gusto. Sia che rivisiti That Don't Make It Junk di Leonard Cohen, Cry To Me (resa popolare da Solomon Burke), Cactus Tree di Joni Mitchell, Some Other Time di Leonard Bernstein, Underwear dei Pulp, Alcohol dei Kinks, Junk di Paul McCartney, I Don’t Care Much dalla colonna sonora di Cabaret o, ancora, la meravigliosa Say You Don’t Mind di Colin Blunstone, Hailey Tuck usa sempre con stile la sua voce birichina e un po’ retrò ad ogni parola, ad ogni frase. Non resta che lasciarsi cullare da questo bel Qobuzissime, incuranti dello spirito dei nostri tempi. © Max Dembo/Qobuz
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Jazz - Uscito il 06 aprile 2018 | Okeh

Hi-Res Libretto Riconoscimenti 4F de Télérama - Qobuzissime
C’è un motivo se questo album tanto bello quanto inclassificabile si chiama Nordub. Nor sta infatti per North (Nord), rappresentato qui da Nils Petter Molvaer. Nel 1997, quando l’ECM pubblica l’incredibile Khmer, questo trombettista norvegese fa tremare il pianeta jazz integrando l’elettronica nel suo universo sonoro alquanto atmosferico. Nor sta anche per il suo compatriota, il chitarrista Eivind Aarset, e per quel maneggione del DJ finlandese Vladislav Delay. Le tre lettere Dub alludono invece alla coppia più emblematica del genere: il batterista Sly Dumbar e il bassista Robbie Shakespeare. Nel 2016, quest’associazione più che mai atipica tra il tandem giamaicano e Nils Petter Molvaer si è esibita sul palco. Tanto per riscaldarsi un po’ prima di entrare in studio tutti insieme, a Oslo. L’universo di Molvaer è sempre stato ibrido per definizione, con il suo mix di tessiture mai esclusivamente jazz. È un suono che fa leva su più livelli atmosferici senza mai trascurare la forza creativa delle sue improvvisazioni o composizioni. Qui, il trombettista lascia addirittura penetrare il suono unico di Sly & Robbie con grande naturalezza. In ciò risiede probabilmente la forza di Nordub. Nessuno prende il sopravvento, nessuno cerca di soffocare l’altro. La fusione è totale e sincera. Si sente anzi che i due volponi sessantenni escono dalla loro zona di comfort abituale per partecipare attivamente alla musica che prende forma. Senza dimenticare il lavoro di Aarset e Delay, altrettanto fondamentale nella resa finale. Insieme, i nostri cinque avventurieri del suono partoriscono una bella sinfonia di dub’n’jazz atmosferico. Davvero singolare. © Marc Zisman/Qobuz
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Musica alternativa e indie - Uscito il 06 aprile 2018 | Transgressive

Hi-Res Riconoscimenti Qobuzissime
Un viaggiatore. Un narratore. Un tuttofare. Un collezionista. E soprattutto un autore. Cosmo Sheldrake è tutto questo. E altro ancora! Uomo-orchestra virtuoso, che sa suonare un numero indecente di strumenti, questo giovane britannico è l’artefice di piccole sinfonie magiche e apolidi. Canzoni che evocano sia lo spirito di fanfare caro a Beirut (a cui, comunque, il pensiero torna spesso) sia la musica ripetitiva e minimalista, le musiche del mondo, il pop barocco nel senso in cui lo intendevano i Kinks di Village Green Preservation Society alla fine degli anni ’60, l’universo dell’icnoclasta Moondog e mille altri suoni. Suoni che Cosmo Sheldrake si diverte a raccogliere ai quattro angoli del mondo, con un registratore portatile sempre a portata di mano. Ma la forza di The Much Much How How And I consiste nel non cadere mai nel chiacchiericcio sperimentale. Al contrario!! La canzone, quella vera, con un inizio, un mezzo e una fine – compresi ritornello e melodia – rimane il suo primo graal. L’album è toccante e bello, perché concepito con questo scopo in mente. Con il produttore elettronico Matthew Herbert alla console, anche lui avvezzo ai collage spaziali, The Much Much How How And I possiede l’immaginazione esuberante di un testo di Lewis Carroll e tutti i colori sonori dell’arcobaleno. A colpo sicuro il più Cosmo-polita dei Qobuzissimi! © Marc Zisman/Qobuz
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Elettronica - Uscito il 09 marzo 2018 | Ed Banger Records

Hi-Res Riconoscimenti Qobuzissime
10LEC6 in francese suona come dyslexie ovverosia dislessia, difficoltà specifica e duratura della lettura che si manifesta durante l’infanzia e l’adolescenza, riconosciuta come un disturbo dell’apprendimento. Che i 10LEC6 abbiano appreso diversamente non c’è dubbio... Ma questo collettivo afro-post-punk ha soprattutto digerito un numero di influenze alquanto impressionante. Post-punk funky a iosa ‒ come quello che facevano gli ESG e i Liquid Liquid a New York negli anni ’80 ‒ ma anche disco, house, punk stile Bad Brains, afrobeat, elettronica altamente fuori di testa e ritmi tribali belli tosti. Dal 2004 questo gruppo dalla geometria variabile formato attorno allo street artist Simon e al produttore e DJ Jess (del duo Jess & Crabble) mescola i generi come nessun altro! Un mix reso ancora più possente nel 2014 dall’arrivo di una nuova voce, Nicole, che canta in Bulu, lingua bantu parlata nel sud del suo Camerun natale. Con Bone Bame, il ritmo si impossessa dei corpi e delle menti. Questo terzo album apparso sotto la Ed Banger, l’etichetta di Pedro Winter, è soprattutto una lunga trance fatta di percussioni e suoni elettronici, che i bassi smisurati e la voce incantatoria di Nicole rendono totalmente inafferrabili. Non resta che abbandonarsi amabilmente su questo dancefloor singolare e cosmopolita più unico che raro. Un Qobuzissime a 360°! © Marc Zisman/Qobuz
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Musica alternativa e indie - Uscito il 02 marzo 2018 | Domino Recording Co

Hi-Res Riconoscimenti Qobuzissime
Interferenze garantite! Sono australiani, giapponesi, neozelandesi, inglesi e coreani e sono approdati nella capitale britannica. Amano il pop di ieri e di oggi e fanno collage musicali con la stessa facilità con cui altri respirano. E se i Superorganism fossero IL gruppo che meglio traduce lo spirito del tempo? Questo giovane collettivo di musicisti internazionali incontratisi tramite YouTube, tutti fanatici di cultura pop, ha composto, registrato e prodotto il suo primo album in uno studio dell’est londinese, là dove vivono tutti insieme! È lì che è nato questo disco solare, arcobaleno di indie pop minimalista, sintetico e pimpante, stravagante e caleidoscopico al punto da sedurre Frank Ocean e Ezra Koenig dei Vampire Weekend. C’è chi penserà subito ai cugini lontani di The Avalanches, The Go! Team o I’m From Barcelona, ma c’è nei Superorganism una dimensione onirica e un senso di pace e beatitudine che è loro e basta e che trasforma questo primo album in un piacevolissimo Qobuzissime. © Marc Zisman/Qobuz
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Estratti d'opera - Uscito il 02 marzo 2018 | Decca Music Group Ltd.

Hi-Res Libretto Riconoscimenti Diapason d'or - Diapason d'or / Arte - Qobuzissime - 5 Sterne Fono Forum Klassik
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Jazz - Uscito il 09 febbraio 2018 | Brownswood Recordings

Hi-Res Libretto Riconoscimenti Indispensable JAZZ NEWS - Qobuzissime
Ed eccoci di nuovo: London Calling! Ma questa volta l’invito non arriva dalle viscere affamate del rock’n’roll ma piuttosto da quelle del jazz. Un jazz che possiamo solo classificare come speciale, tanto che la giovane scena londinese che si concentra su questo We Out Here è un melange di influenze multicolori, che va dal soul all’afrobeat, dalla fusion all’elettronica. Per concentrarsi su questa nuova generazione, Brownswood Recordings, l’etichetta di Gilles Peterson, ha affidato la direzione artistica dell’album al più noto dei partecipanti: il sassofonista Shabaka Hutchings. Registrato in tre giorni, i musicisti e i gruppi selezionati rappresentano il jazz più nello spirito che nella forma. Così il batterista Jake Long e il suo gruppo Maisha giocano ai maestri vudù stile Pharoah Sanders. L’afrobeat di Fela serve come nutrimento all’Ezra Collective del batterista Femi Koleoso, ma anche al gruppo Kokoroko. Mentre un altro ha le bacchette, il carismatico Moses Boyd avvolge il suo ritmo in un loop elettronico sapientemente ipnotico, prima di ritornare sulla strada di un jazz libertario e frizzante. Questo Qobuzissimo colorato come non mai è anche Theon Cross, impressionante maratoneta della tuba (e, inoltre, compagno di Shabaka Hutchings a capo dei Sons Of Kemet), Nubya Garcia, una sassofonista caratterizzata dal lirismo di Charles Lloyd, o ancora Joe Armon-Jones, uno scienziato pazzo delle tastiere che conosce il suo Herbie Hancock come le sue tasche… Con We Out Here, la nuova scena jazz londinese firma un manifesto tanto dinamico quanto eclettico. © MZ/Qobuz
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Musica francese - Uscito il 02 febbraio 2018 | Universal Music Division Barclay

Hi-Res Libretto Riconoscimenti Qobuzissime
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Musica alternativa e indie - Uscito il 26 gennaio 2018 | LasVegas Records

Riconoscimenti Qobuzissime
Sin dal loro primo album, Spanish Disco, uscito nel 2015, la musica dei Leyya impazza sulle radio austriache. I due viennesi di adozione, Marco Kleebauer, produttore e compositore, e Sophie Lindinger, voce, si conoscono sin da piccoli e, dal 2014, formano un duetto che dal vivo diventa un quartetto. Il loro stile intriso di sonorità elettroniche si è evoluto in questo secondo opus, Sauna. I suoni al sintetizzatore di Marco si sono trasformati in viaggi melodici di pop contemporaneo, a cui la voce fresca ed eterea di Sophie ‒ che a tratti ricorda quella di Feist ‒ dona quel quid in più. I testi sono stati scritti nel 2017 durante il loro tour europeo, senza fretta, perché Marco e Sophie sono dei veri artigiani del suono che lasciano alle cose il tempo necessario per maturare, una caratteristica che d’altronde non riguarda soltanto Sauna. L’approccio dei Leyya ricorda quello di un pittore dalla pennellata precisa e perfezionista. Concentrato di sudore e di accostamenti inediti, Sauna fa colare i beat goccia dopo goccia (Oh Wow), produce calore (Heat, Drumsolo) e lascia persino udire qualche brontolio (Candy). Dopo una simile esperienza sudorifera, difficile non evaporare con l’arcobaleno. I Leyya trasformano l’inverno in estate e colorano la nebbia. Un album Qobuzissime perfetto per la stagione! © SD/Qobuz
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Musica alternativa e indie - Uscito il 12 gennaio 2018 | Dead Oceans

Hi-Res Riconoscimenti 4F de Télérama - Qobuzissime
Tesi come un perizoma XS su un didietro XL, gli Shame non sono tipi che scherzano. E il concentrato di post-punk che costituisce l’essenza del primo album di questo quintetto londinese impressiona per il suo carisma, la sua violenza e la sua originalità. Songs Of Praise suona addirittura come la finta colonna sonora ufficiale di un’Inghilterra grigissima, discretamente frustrata e decisamente sul chi va là. C’è molto dei The Fall, dei Gang Of Four e dei Killing Joke in questo fascio di nervi sonoro, senza tuttavia che la faccenda suoni retrò né tantomeno datata. Proprio come Fat White Family, Ought o Vietnam, gli Shame vivono nel 2018 e si sente! In diretta da Brixton, il cantante Charlie Steen, insieme ai chitarristi Sean Coyle-Smith e Eddie Green, al batterista Charlie Forbes e al bassista Josh Finerty producono e ingabbiano il loro nervosismo simil-viscerale in canzoni che sono come pugni (Dust On Trial), a volte velenose e lancinanti (The Lick), a volte più affabili (One Rizla). Senza vergogna né additivi, gli Shame fanno un rock intransigente. Fin dal primo ascolto di Songs Of Praise il corpo esce tramortito eppure ne vorrete ancora. © MZ/Qobuz
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Rap - Uscito il 01 dicembre 2017 | Pineale Prod - Grand Musique Management

Hi-Res Riconoscimenti Qobuzissime

Rap - Uscito il 01 dicembre 2017 | Pineale Prod - Grand Musique Management

Libretto Riconoscimenti Qobuzissime
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Musica alternativa e indie - Uscito il 10 novembre 2017 | La Castanya

Hi-Res Riconoscimenti Qobuzissime
Il pop psichedelico, la musica surf, lo shoegaze e, tra gli altri il dream-pop, non sono un’esclusiva di Stati Uniti e UK, non più almeno. Anche a Barcellona si sono impadroniti di questo linguaggio elettrico e sognante. Laggiù, nel cuore della capitale catalana, quattro (due Cileni e due Spagnoli) esperti in melodie zuccherate indossate da chitarre oniriche riverberanti, hanno fatto nascere un disco superbo e solare. Giusta la scelta del nome, Secret Place, una piccola isola d’edonismo pop dove le sei corde cristalline e le voci al cloroformio dettano legge. Si nota un tratto raffinato dove le influenze contemporanee pullulano (DIIV, Beach House, Black Lips, Wild Nothing, Real Estate, Beach Fossils) lasciando spazio però, a un tono molto personale. Un caldo Qobuzissime è quel che ci vuole per proteggersi dall’inverno che si avvicina… © MZ/Qobuz