Grazie ad un lavoro preparatorio con gli studi di registrazione e alla collaborazione con le etichette sempre più numerose, indipendenti o Majors (Plus Loin Music, Bee Jaz, Ambronay Editions, Zig Zag Territoires, ECM, Mirare, Aeolus, Ondine, Winter & Winter, Laborie etc.), Qobuz propone delle costanti novità selezionate dal suo aggiornato catalogo in qualità Hi-Res 24-Bit. Questi album riproducono fedelmente il suono creato nello studio di registrazione e offrono un comfort d'ascolto impareggiabile, superiore a quello del CD (generalmente "ridotto" per il mastering a 44.1 kHz/16 bit). I file "Qobuz Hi-Res" sono senza DRM e sono 100% compatibili con Mac e PC. Lontani dal funzionamento degli MP3 che si sono sviluppati negli ultimi anni alle spese della qualità audio, Qobuz invece è attento all'esigenza sonora per permettere ai melomani e agli audiofli di sfruttare al meglio la qualità ed il comfort della musica online.

Nota Gli album venduti da Qobuz in qualità Hi-Res 24-Bit arrivano direttamente dalle etichette discografiche. Non sono ricodificati SACD e la loro provenienza è garantita. Evitiamo ogni manipolazione sospetta.

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Rock - Uscito il 02 novembre 2018 | Columbia - Legacy

Hi-Res Riconoscimenti 4F de Télérama - Best New Reissue
Questo volume 14 dei Bootleg Series di Bob Dylan è senza dubbio il più atteso, visto che riguarda l’album considerato da molti fan il più importante: Blood On The Tracks. Nella sua autobiografia, Zim citerà Cechov come maggior ispirazione di questo disco, pubblicato nel gennaio 1975. Ma, evidentemente, è la separazione dalla moglie Sara a conferire un’aura magica a questo capolavoro. La sua prosa si fa sublime, e ogni parola è un paesaggio dell’anima, perfetto, senza cadute di gusto. Il suo folk rock è ornato da una ritmica sempre presente ma mai invadente, da una strumentazione di buon gusto e da giri di chitarra giusti per cantare la melodia. Tutte le scenette introspettive, dalla scrittura pura e sobria, mostrano un Dylan più umano che mai, artisticamente rivitalizzato da questo periodo doloroso sul piano umano. In poche parole, un Dylan magistrale che alterna canzoni malinconiche, grida, e, come di consueto, brani misteriosi. Questo cofanetto da più di 80 pezzi propone, in modo cronologico, le sessioni newyorkesi e quelle di Minneapolis. Dylan aveva realizzato, in realtà, una prima versione del disco, ma su consiglio del fratello David Zimmerman aveva poi deciso di registrare tutto da capo. L’album ufficiale mescolerà spezzoni di entrambe le sessioni. False partenze, balbettamenti, attacchi alternativi, cambiamenti di ritmo o di strumentazione, è l’elaborazione dalla A alla Z di Blood On The Tracks che colpisce durante tutto questo dantesco More Blood, More Tracks: The Bootleg Series Vol. 14 (Deluxe Edition). Indispensabile. © Marc Zisman/Qobuz
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Musica alternativa e indie - Uscito il 19 ottobre 2018 | Communion Group Ltd

Hi-Res Riconoscimenti 4F de Télérama - Qobuzissime
Peccato ridurre Tamino-Amir Moharam Fouad a un semplice erede di Jeff Buckley circondato dai Radiohead degli esordi. Soprattutto perché il cantautore belga di soli 21 anni offre molto di più di tutto questo nel suo primo album; anche se è vero che Colin Greenwood, bassista del gruppo britannico, partecipa al disco… Tamino, nato a Anversa affascinato da John Lennon, ha sempre serbato in un angolo della sua testa, sotto quella capigliatura nero corvino, le sue origini egiziane. E la musica araba che sua madre ascoltava in casa era ancora più significativa e intensa quando si trattava dell’opera di Muharram Fouad, suo nonno cantante e attore, una star nel Cairo degli anni ’60… Questo ecclettismo è al centro della musica di Tamino che deve tanto al folk di Buckley, alla pop dei Beatles e perfino alla malinconia nonchalante di Leonard Cohen, un altro dei suoi idoli. Ma per assodare queste influenze disparate, il giovane tenebroso possiede un’arma fatale: la voce. Un organo anch’esso plurale, capace tanto di distendersi in lentezza quanto di trasformarsi in falsetto commovente, tecnica impressionante di cui non abusa mai tra l’altro. È questo canto a trasformare Amir in un lungo romanzo straziante. Un racconto di formazione che alterna il sognante (l’epurato folk di Verses) e il lirico come in So It Goes, Each Time e Intervals costruiti su una sessione di corde arabeggianti. Un disco Qobuzissime che, a forza di ascoltarlo, impone la sua poesia originale e commovente. © Marc Zisman/Qobuz
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Rock - Uscito il 12 ottobre 2018 | Concord Records

Hi-Res Riconoscimenti 4F de Télérama
Fin dal suo primo album uscito nel 1977, My Aim Is True, Elvis Costello mostrava una certa ingordigia musicale con le sue miscele di esplosioni pub rock, tendenze reggae, ballate quasi country e canzoni pop suonate con arpeggi cristallini. Un ecclettismo che gli permetterà di collaborare con musicisti tanto diversi come l’asso del country George Jones, il maestro del lounge pop Burt Bacharach, il mezzosoprano Anne Sofie von Otter, il chitarrista jazz Bill Frisell o ancora i rapper di The Roots, giusto per citarne alcuni… Quarant’anni dopo, l’inafferrabile scozzese occhialuto, appassionato di concept-album, firmaLook Now con gli Imposters, di cui fanno parte Steve Nieve alle tastiere, Davey Faragher al basso e Pete Thomas, già batterista degli Attractions. Il gruppo col quale aveva registrato Momofuku nel 2008 gli permette di far risaltare una volta tanto la sua scrittura, tagliente come non mai. Scrittura che condivide con la grande Carole King su Burnt Sugar Is so Bitter, collaborazione che risale a venticinque anni prima, e con Bacharach su Photographs Can Lie e Don’t Look Now. Ci troviamo di fronte ad un Costello che mira una volta tanto alla canzone pop perfetta. Un metodo in cui si distingue l’eco di un approccio anni ’60. Ma l’atemporalità di tale esercizio radica saldamente il cantautore nel proprio tempo, ovvero nel 2018. E Costello riesce a introdurre nella mente melodie e parole fatte per durare. Una buona canzone, si sa, non ha età e Elvis Costello ce lo ricorda ancora una volta in modo brillante… © Marc Zisman/Qobuz
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Musica alternativa e indie - Uscito il 05 ottobre 2018 | Domino Recording Co

Hi-Res Riconoscimenti 4F de Télérama
Il manico di una chitarra tenuto dalla mano di un corpo contro cui è appoggiato un bambino di cui si intravede la testa. Sulla copertina del suo decimo album, Cat Power dice un bel po’ di cose. L’americana si riappropria della sua arte – anche se non può fare a meno di inserirvi una cover, quella di Stay di Rihanna – e allude al fatto di essere diventata madre. A 46 anni, Chan Marshall sembra stare… meglio? Bene? Non che la sua vita costellata di disordini interiori, fughe, trasferimenti, depressioni e dipendenze sia ormai un lungo fiume tranquillo ma Wanderer contiene alcune delle sue canzoni più belle. Delle composizioni che avanzano spesso spoglie. Un semplice pianoforte, qualche nota di chitarra, una batteria famelica. Il motto less is more brilla di mille fuochi. La voglia, forse, di riallacciarsi ai vecchi maestri del folk e del blues, come lascia intendere il brano a cappella posto in apertura, che dà il titolo al disco. Aver messo al mondo un figlio sotto l’era di Trump le ha dato senz’altro da pensare… Peraltro erano secoli che Cat Power non cantava così bene. Quella sua tonalità dagli accenti soul, riconoscibile sin dalla prima sillaba, tocca qui vette sublimi. Dopo la parentesi un tantino elettronica di Sun mixato da Zdar dei Cassius, questo album non stupisce tanto per la forma, tutto sommato classica, quanto per il livello e il tenore delle composizioni. E quando Cat Power invita una sua grande fan, Lana Del Rey, nei cori di Woman, conserva la sua sobrietà che è poi l’elemento predominante di questo disco bello e visceralmente onesto… © Marc Zisman/Qobuz
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Musica alternativa e indie - Uscito il 14 settembre 2018 | Naive

Hi-Res Libretto Riconoscimenti 4F de Télérama
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Rock - Uscito il 14 settembre 2018 | Parlophone UK

Hi-Res Riconoscimenti 4F de Télérama
Icona di una generazione, star incontestata già dai primi passi con i Jam, il Modfather ha sempre ispirato e affascinato, fin dal taglio di capelli! E, allo scoccare dei 60 anni, Paul Weller non lascia nulla per la strada. Come sempre, d’altra parte… Composto soprattutto da canzoni acustiche, True Meanings, il suo 26° album (quattordicesimo della carriera da solista), è ben lontano da Saturns Pattern, uscito nel 2015. Sembra che Weller riparta da zero. Tornare alla semplicità, senza infiorettature, in un album floreale e poetico. C’è da chiedersi se la registrazione non sia stata fatta in un campo fiorito, una sera d’estate, per un pubblico di romantici insonni. C’è in corso un lavoro di introspezione. Il britannico studia gli elementi che lo circondano, rimaneggia i ricordi, canta un omaggio lunare a Bowie, il tutto senza dimenticare qualche sortita tra jazz e soul… True Meanings è di per sé un elogio welleriano alla ballata. Inizio in tutta dolcezza con un tema di chitarra, prima di essere travolto dall’armonia di violini e cori. Una gioia, sentire il Modfather sempre all’altezza dei suoi capolavori degli anni ’70 come English Rose e Liza Radley. E se in studio non ci sono più Bruce Foxton e Rick Buckler accanto a lui, Paul Weller ha sempre saputo scegliere bene, basta vedere gli ospiti di True Meanings: Rod Argent degli Zombies (The Soul Searchers), Lucy Rose (Books), Tom Doyle (Movin On) e c’è persino una breve apparizione di Noel Gallagher in White Horses… Una voce calma e posata che si adatta perfettamente alle canzoni composte da Erland Cooper del gruppo Erland and the Carnival. Un album con due parolieri, che trae elementi da generi diversi in modo discrete e sottile, come nell’invenzione della balata stile picking glam-rock Mayfly. Un superbo riferimento a Get It On di T. Rex, senza le paillettes. Senza dubbio, Paul Weller è proprio un «Changingman», ma immune alle cadute di gusto. © Clara Bismuth/Qobuz
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Musica alternativa e indie - Uscito il 31 agosto 2018 | Jazz Village

Hi-Res Libretto Riconoscimenti 4F de Télérama - Qobuzissime
Morire oggi. In creolo, mo jodi. Tutto è già detto nel titolo del primo album dei Delgres, impeccabile trio che potremmo velocemente ridurre a dei Black Keys ormeggiati nelle Antille… Delgres sta per Louis Delgrès, colonnello di fanteria abolizionista nato a Saint-Pierre, celebre per la sua proclamazione contro la schiavitù, d’importanza capitale nella resistenza della Guadalupe alle truppe napoleoniche che volevano ristabilire la tratta dei Neri. Delgrès e i suoi 300 uomini sentendosi perduti di fronte ai soldati di Bonaparte preferirono suicidarsi facendosi saltare in aria in virtù del motto rivoluzionario vivere liberi o morire… Questo nome carico di storia non rinchiude tuttavia Pascal Danaë, Baptiste Brondy e Rafgee nella pesantezza di quei gruppi «con un messaggio da trasmettere». I Delgres brandiscono con fierezza il loro nome e gli ideali che lo accompagnano ma fanno prima di tutto un rock dai contorni garage, nutrito di blues degli esordi, soul pura e sonorità provenienti da New Orleans. Associando la chitarra dobro, la batteria e soprattutto il susafono, questo tuba atipico usato nelle bande dei carnevali nelle Antille o per l’appunto a New Orleans, il trio impone la sua originalità. Anche nella scrittura, Danaë alterna, con molta naturalezza, creolo e inglese, giusto per ridurre le frontiere tra le influenze che ha sempre trattato con gusto nel suo percorso da vecchio camionista (Rivière Noire, miglior album delle Musiques du Monde alle Victoires de la Musique del 2015, era proprio lui). Un caleidoscopio stilistico all’immagine della ballata Séré mwen pli fo, cantato in duetto con Skye Edwards dei Morcheeba. Nei suoi momenti nervosi così come nelle sue sequenze nostalgiche e coinvolgenti, Mo Jodi parla di storia ma anche di speranza, costruisce ponti tra continenti e secoli e si rivela essere un periplo gioioso di rock’n’blues’n’soul che sa catturare in modo viscerale. © Marc Zisman/Qobuz
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Metal - Uscito il 08 giugno 2018 | Relapse Records

Hi-Res Riconoscimenti 4F de Télérama
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Musica alternativa e indie - Uscito il 18 maggio 2018 | Marathon Artists

Hi-Res Riconoscimenti 4F de Télérama - Qobuzissime
Il secondo album in studio di Courtney Barnett è tanto geniale quanto semplice. Non semplicistico, semplice. Il rock’n’roll partorito dalla giovane australiana è anzi di una purezza e di una limpidezza quasi disarmante. Perché? Perché contiene grandi canzoni. Sì, avete letto bene, canzoni. Quella «cosa» che fa sì che un disco sia o meno un buon disco… Come la compilation del suo doppio EP iniziale ( A Sea of Split Peas), il suo primo album (Sometimes I Sit And Think, And Sometimes I Just Sit) e il suo disco in coppia con Kurt Vile (Lotta Sea Lice), questo Tell Me How You Really Feel mette in fila dieci trip che alternano alla perfezione caustico humour e confessione sincera. Soprattutto, la Barnett si rivela molto più introspettiva rispetto al passato. E siccome le va tutto a gonfie vele, sia sul piano professionale (un impressionante successo di pubblico e di critica a livello internazionale) che su quello sentimentale (la sua love story duratura con la compagna e collega Jen Cloher), si sente che l’australiana si è presa il tempo necessario per rifinire una a una tutte e dieci queste composizioni. Il tocco di classe, poi, è dato dal fatto che tratta temi universali triti e ritriti (amori, ansie, frustrazioni, opinioni) senza mai cadere nel cliché. Come al solito, infatti, Courtney Barnett riveste la sua prosa di un inappuntabile indie rock chitarroso, mai sovraccarico, influenzato dai suoi idoli di sempre (Lou Reed, Kurt Cobain, Neil Young, Jonathan Richman…) e per cui ha invitato, su due tracce, le sorelle Deal, Kim e Kelley dei Breeders. Com’è che diceva Neil Young già nella sua famosa Hey Hey, My My, Rock’n’roll can never die. © Marc Zisman/Qobuz
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Musica alternativa e indie - Uscito il 11 maggio 2018 | Domino Recording Co

Hi-Res Riconoscimenti 4F de Télérama
Impossibile rimproverare ad Alex Turner di riposare sugli allori: con questo sesto album, gli Arctic Monkeys prendono tutti in contropiede! Lo scazzottante AM del 2013 sembra infatti lontano anni luce dalle melodie soul, sensuali e sublimi di Tranquility Base Hotel + Casino. E sin dalle prime battute di questo disco dagli accenti di fine anni Sessanta, si capisce subito perché la mente del quartetto di Sheffield cita, tra le maggiori influenze di questa release 2018, l’eccezionale Melody Nelson di Serge Gainsbourg, l’incredibile e troppo sottovalutata Born To Be With You di Dion prodotta da Phil Spector, ma anche la colonna sonora composta da François de Roubaix per Frank Costello faccia d’angelo di Jean-Pierre Melville. In questo spirito, è ovvio che il pianoforte prenda il sopravvento e releghi in secondo piano le chitarre esagitate. Ma siccome i Monkeys restano un gruppo dall’animo rock’n’roll, gestiscono tali influenze alla maniera di certi illustri antenati quali David Bowie (al quale si pensa spesso) o i Pulp. E se Tranquility Base Hotel + Casino si ascolta più volentieri stravaccati sul divano di pelle che ammassati sotto il palco di una sala concerti senza aria condizionata, è anche per meglio apprezzare il tenore e il livello delle canzoni del loro autore. Delle composizioni che si iscrivono nella durata, confermandoci una volta per tutte che gli Arctic Monkeys non sono affatto l’ennesimo gruppo rock inglese… © Marc Zisman/Qobuz
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Musica alternativa e indie - Uscito il 27 aprile 2018 | ATO Records

Hi-Res Riconoscimenti 4F de Télérama
Dietro gli occhiali a fondo di bottiglia, la mente degli Okkervil River ha trascinato il suo gruppo fiume in altri letti. Per Away (2016), Will Sheff aveva aperto con l’addolorata Okkervil River R.I.P per meglio annunciare la rinascita di un gruppo da cui si era separato per cambiare pelle. Per questo nono opus, stranamente ottimista, il cantautore non ci ha messo molto a trovare l’ispirazione. Girando l’America per Away ‒ in concomitanza col periodo elettorale ‒ Sheff confeziona tracce a metà strada tra folk preziosa (How It Is), verbosa (External Actor), pop fragile (Pulled Up The Ribbon) o cupa, come quando rievoca la tracheotomia sua o di altri come Mary Wells (Famous Tracheotomy), intrecciando così racconti tanto dolorosi quanto diretti. Mixato da Shawn Everett, In The Rainbow Rain sembra in fin dei conti la versione positiva di Away. Uno dei lumi della loro discografia. © Charlotte Saintoin/Qobuz
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Rock - Uscito il 24 aprile 2018 | Reprise

Hi-Res Riconoscimenti 4F de Télérama - Pitchfork: Best New Reissue
Tonight’s The Night fa parte dei grandi dischi grigi della storia del rock’n’roll. In sei mesi, Neil Young perdue due persone care, entrambe uccise dall’overdose: il chitarrista Danny Whitten e il roadie Bruce Berry. Ovvio che l’album registrato nell’agosto e nel settembre di quel 1973 (ma pubblicato solo nel giugno del 1975, dopo On The Beach) sia cupo come pochi… Il viaggio introspettivo di Tonight’s The Night si nutre di quei drammi personali mescolandoli all’atmosfera opprimente che regna all’epoca in America. Violenze urbane, consumo crescente di droghe, guerra del Vietnam e utopia hippie alimentano una partitura tetra ma sublime e straziante. In Tonight’s The Night persino la strumentazione è malferma, tra un piano barcollante e una pedal steel usata con parsimonia. Una sobrietà che accentua la bellezza delle melodie, come nelle struggenti ballate Tired Eyes, New Mama e Borrowed Tune… Il 20, 21 e 22 settembre 1973, Neil Young e i suoi musicisti ovvero i Santa Monica Flyers (nello specifico, Ben Keith alla pedal steel, Nils Lofgren alla chitarra e al piano, Billy Talbot al basso e Ralph Molina alla batteria) salgono sul palco del Roxy, un nuovo locale nel quartiere di West Hollywood a Los Angeles. Nelle loro mani c’è un repertorio che sa di morte e di zolfo, ma di cui consegnano al pubblico californiano delle versioni intrise di una grande forza emotiva, di un autentico calore e, a sprazzi, persino di una gioia sincera e comunicativa che risulta naturalmente assente nelle versioni in studio. In ciò risiede la magia di quest’archivio riesumato e restaurato. Mentre i fan di Neil Young ascolteranno in loop questo Roxy - Tonight’s The Night Live, i novizi potranno saltare su questo incredibile treno in corsa e entrare nell’universo di un musicista unico allora al vertice della sua arte e della sua scrittura. © Marc Zisman/Qobuz
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Musica alternativa e indie - Uscito il 23 marzo 2018 | Bella Union

Hi-Res Libretto Riconoscimenti 4F de Télérama
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Musica alternativa e indie - Uscito il 09 marzo 2018 | Ninja Tune

Hi-Res Riconoscimenti 4F de Télérama
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Musica alternativa e indie - Uscito il 02 marzo 2018 | 4AD

Hi-Res Riconoscimenti 4F de Télérama
Le lotte intestine e l’eroina nel braccio della sorella gemella hanno fatto un baffo alla rockettara più rilassata di sempre: Kim Deal. Sorta di Nirvana con le tette e dal grunge cazzuto, The Breeders infiammano il rock indipendente di inizio anni ’90 ricordando al pubblico che anche se nessuno le voleva, esisteva comunque una scena femminile. Implodendo nel 1993 dopo il disco dall’azzeccatissimo titolo Last Splash, il quartetto vedeva Kim tornarsene ai Pixies mentre Kelley iniziava la disintossicazione. Altri due album, Title TK nel 2002 e Mountain Battles nel 2008, mostrano che l’animale si muove ancora… Dopo un concerto nel 2013 che ha acceso la speranza di una reunion, le sorelle Deal, insieme alla bassista Josephine Wiggs e al batterista Jim MacPherson sono tornati in studio per registrare All Nerve. Groviglio di grunge risuscitato dai duri anni ’90, questo opus lampo (33 minuti) sventola un savoir-faire collaudato. Se la formula a base di chitarra-basso-batteria dirty e distorsioni vocali non provoca l’effetto Cannonball a cui devono la loro gloria, All Nerve reca tuttavia i segni dei dolorosi decenni che seguirono. Ne sono la prova le ballate distorte Space Woman, Dawn: Making An Effort, Blues At The Acropolis. Cupo e nervoso. © Charlotte Saintoin/Qobuz
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Musica alternativa e indie - Uscito il 12 gennaio 2018 | Dead Oceans

Hi-Res Riconoscimenti 4F de Télérama - Qobuzissime
Tesi come un perizoma XS su un didietro XL, gli Shame non sono tipi che scherzano. E il concentrato di post-punk che costituisce l’essenza del primo album di questo quintetto londinese impressiona per il suo carisma, la sua violenza e la sua originalità. Songs Of Praise suona addirittura come la finta colonna sonora ufficiale di un’Inghilterra grigissima, discretamente frustrata e decisamente sul chi va là. C’è molto dei The Fall, dei Gang Of Four e dei Killing Joke in questo fascio di nervi sonoro, senza tuttavia che la faccenda suoni retrò né tantomeno datata. Proprio come Fat White Family, Ought o Vietnam, gli Shame vivono nel 2018 e si sente! In diretta da Brixton, il cantante Charlie Steen, insieme ai chitarristi Sean Coyle-Smith e Eddie Green, al batterista Charlie Forbes e al bassista Josh Finerty producono e ingabbiano il loro nervosismo simil-viscerale in canzoni che sono come pugni (Dust On Trial), a volte velenose e lancinanti (The Lick), a volte più affabili (One Rizla). Senza vergogna né additivi, gli Shame fanno un rock intransigente. Fin dal primo ascolto di Songs Of Praise il corpo esce tramortito eppure ne vorrete ancora. © MZ/Qobuz
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Rock - Uscito il 01 dicembre 2017 | Rhino - Warner Bros.

Hi-Res Riconoscimenti 4F de Télérama - La discoteca ideale Qobuz - Best New Reissue
Dopo un primo opus abbastanza magico di country alternativa pieno zeppo di energia (A.M.) ma concepito al momento della separazione turbolenta dal suo gruppo Uncle Tupelo, Jeff Tweedy questa volta se la prende comoda per generare il secondo album di Wilco. Già, l’opera è ambiziosa perché doppia. Un formato che, per via di affinità musicali, farà scrivere a non pochi giornalisti al momento dell’uscita del disco nell’ottobre del 1996 che Tweedy firma qui il suo Exile On Main Street. Come per il capolavoro dei Rolling Stones, l’eclettismo si esprime attraverso il rock’n’roll basic, la bluegrass, la country rock, lo psichedelismo, la folk e la soul madida. Con le chitarre in tutta libertà, della pedal steel, degli ottoni e tutto un insieme smisurato di strumenti, il Wilco di Being There tesse un’impressionante tela tra gli Stones nel periodo del loro massimo splendore, i Replacements, i Beatles e i Big Star dell’album Third. Alternando ballate e tormente elettriche, Tweedy mostra soprattutto che partendo da una base abbastanza classica e atemporale, si aggiudica la posta in gioco con le sue canzoni grandiose e le sue composizioni dall’architettura stupefacente…Questa Edizione Deluxe rimasterizzata propone, oltre all’album originale, quindici bonus inediti che includono in particolare versioni alternative di I Got You e Say You Miss Me e un live registrato il 12 novembre 1996 al Troubadour di Los Angeles e una sessione per la stazione radio KCRW di Santa Monica captata il giorno seguente. © MZ/Qobuz
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Musica alternativa e indie - Uscito il 24 novembre 2017 | One Little Indian

Hi-Res Riconoscimenti 4F de Télérama - Pitchfork: Best New Music
Inquietante corpo a corpo tra tecnologie avanzate e sensazioni organiche addirittura carnali, Vulnicura resuscita la Björk di Homogenic e di Vespertine. Una Björk che raramente si è messa così tanto a nudo: la sua rottura con il cameraman e chirurgo plastico Matthew Barney è al centro di questo album intenso del 2015, tanto nei testi quanto nelle architetture musicali. Per aiutarla nel suo lavoro, l’islandese si è circondata di due compari della sfera elettronica: l’inglese Bobby Krlic alias The Haxan Cloa e soprattutto il giovane venezuelano Alejandro Ghersi alias Arca. Quest’ultimo è stato fondamentale per Utopia, che viene pubblicato nell’autunno del 2017. Mentre per Vulnicura si era unito a Björk quando le canzoni era state già scritte, questa volta ha lavorato con lei dall’inizio del progetto, tanto che in tutte le interviste Björk non smette di dichiarare che il disco è stato interamente ideato in due. Come con l’universo di Actress o di Oneohtrix Point Never, Arca ha sempre saputo mescolare gli angoli remoti più cerebrali della musica elettronica e quelli più fisiologici. Insomma, delle argomentazioni desiderate per girovagare sul pianeta Björk. Girovagare. È così che ci lasciamo portare da Utopia. Presi per mano dalla voce sempre unica della padrona di casa, qui attraversiamo delle molteplici trame, talvolta fitte e dense (Arisen My Senses) ma anche eteree come non mai (Blissing Me, Utopia). È quindi in queste composizioni meno magniloquenti che Björk convince maggiormente. Ma Arca non è l’unico elemento chiave di questo decimo album discografico. L’islandese ha tirato fuori la sua arma preferita che on la lascia da quando ha l’età di 5 anni: il flauto! È un filo conduttore di un opera caratterizzata da un folle onirismo ma che non si può domare in un solo ascolto. Björk Guðmundsdóttir non è Taylor Alison Swift e Utopia va guadagnato! © MD/Qobuz
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Metal - Uscito il 27 ottobre 2017 | Sanctuary Records

Hi-Res Riconoscimenti 4F de Télérama
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Pop/Rock - Uscito il 08 dicembre 2017 | Nonesuch

Hi-Res Libretto Riconoscimenti 4F de Télérama
Quando non guida i Nickel Creek, trio all’americana, o i Punch Brothers, esperti di bluegrass in versione musica da camera, Chris Thile lavora con dei colleghi tanto diversi quanto il violoncellista Yo-Yo Ma (The Goat Rodeo Sessions nel 2011) o il pianista jazz Brad Mehldau (Chris Thile & Brad Mehldau nel 2017). Ancora meglio, il mandolinista californiano pubblica regolarmente degli album da solista un po’ più eclettici. Ne abbiamo la prova con Thanks For Listening, il cui punto di partenza non è altro che A Prairie Home Companion, trasmissione radiofonica settimanale di cui è il conduttore dall’ottobre del 2016 e per la quale, ogni settimana, compone la song of the week. Sono delle canzoni della settimana che evocano bene l’attualità al passo coi tempi, i soggetti della società e tutto quello che passa per la testa di questo musicista virtuoso che ha sempre le orecchie bene aperte. Per questo disco, Thile ne ha selezionate dieci che ha registrato di nuovo in studio. Tra rock da camera, puro folk raffinato all’americana e pop tra le nuvole, sviluppa delle melodie senza tempo e una sua prosa impegnativa e, addirittura, caustica. Delizioso. © CM/Qobuz