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Hi-Res Libretto Riconoscimenti 5 Sterne Fono Forum Jazz
Non si può rimproverare a Brad Mehldau di riposare sugli allori o di restare inoperoso.Con Finding Gabriel, il pianista americano firma un album ambizioso e proteiforme che manda in frantumi le frontiere classiche del jazz. Già nel 2014, aveva firmato con il batterista Mark Guiliana un disco originale, Mehliana: Taming the Dragon, di cui l’annata 2019 è una sorta di seguito. Finding Gabriel è nato dopo la sua lettura intensiva della Bibbia; è da qui che deriva il riferimento all’arcangelo Gabriele del titolo… «Ho composto molti pezzi a partire dai sintetizzatori, con Mark Guiliana alla batteria, in base a un processo simile a quello di Taming the Dragon. Sono stati aggiunti alcuni strati e la voce umana è diventata un elemento importante, pur in assenza di parole, in quanto espressione pura d’armonia e emozione». Sconcertante all’inizio, il risultato, ovviamente mistico, è affascinante e soprattutto pieno di idee. Dietro il pianoforte, i sintetizzatori (tra cui il Dave Smith / Tom Oberheim OB-6), il suo Fender Rhodes, e le percussioni ma anche– novità assoluta!– il microfono, Mehldau sprigiona una sinfonia di fiati, strumenti a corda e elettronici affiancandoli al jazz fusion (in alcuni passaggi fa pensare al Pat Metheny Group o ai Weather Report) nei quali la voce umana occupa un posto essenziale. Il pianista americano non è tra l’altro l’unico a cantare perché ha invitato perfino Kurt Elling, Becca Stevens et Gabriel Kahane. Inoltre, sempre per quanto riguarda gli invitati, troviamo la violinista Sara Caswell, il trombettista Ambrose Akinmusire, i sassofonisti Joel Frahm, Charles Pillow e Chris Cheek e il flautista Michael Thomas. Alla fine, Brad Mehldau firma un’odissea spirituale abbastanza originale, molto diversa dai suoi precedenti lavori in trio. © Max Dembo/Qobuz
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Jazz - Uscito il 09 marzo 2018 | Nonesuch

Hi-Res Libretto Riconoscimenti 5 Sterne Fono Forum Jazz
Senza essere la prova del fuoco obbligata, la montagna Johann Sebastian Bach è sempre stata un’attraente calamita per tanti jazzisti. Al punto che nomi come Jacques Loussier, Keith Jarrett, il Modern Jazz Quartet, Dan Tepfer o Edouard Ferlet ‒ solo per citarne alcuni ‒ hanno affrontato di petto e una buona volta per tutte l’opera del Kantor di Lipsia. Brad Mehldau ha fatto una scelta ibrida. Difatti, il pianista americano non pubblica un album jazz in senso stretto – fan di «Bach in versione jazz» astenersi – ma mescola Bach (quattro preludi e una fuga) a brani personali e contemporanei, stabilendo una specie di dialogo con le opere originali. A rendere ancora più interessante l’esercizio è il fatto che parte dell’opera di Bach prende la forma dell’improvvisazione. Quanto allo stile e alle composizioni personali di Mehldau, entrambi hanno sempre racchiuso elementi che rimandano al compositore tedesco. Che i jazzisti apprezzino la forza ritmica della scrittura di Bach è cosa nota. Qui, però, il pianista ha concepito il disco nella sua globalità, senza mai cercare di separare le proprie opere da quelle dell’altro. Di conseguenza, il risultato può disorientare sulle prime (soprattutto per chi conosce i preludi e le fughe di origine) ma affascinare alla lunga. Perché After Bach non è mai una messa in mostra (Mehldau non ne ha bisogno, essendo il suo virtuosismo e la sua levatura dei dati di fatto ormai) quanto più un’affascinante riflessione sull’evoluzione di uno spartito attraverso i secoli. © Marc Zisman/Qobuz
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Jazz - Uscito il 16 ottobre 2015 | Nonesuch

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Jazz - Uscito il 18 maggio 2018 | Nonesuch

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Brad Mehldau e la sua affezionata sezione ritmica composta dal batterista Jeff Ballard e dal contrabbassista Larry Grenadier accostano in questo nuovo disco tre composizioni originali e cover di classici del pop (Paul McCartney, Brian Wilson), del jazz (Elmo Hope, Sam Rivers) e del Great American Songbook (Almost Like Being In Love). Senza sconvolgere i codici di quest’incredibile formazione, Seymour Reads The Constitution! è un disco che ribadisce la forte intesa esistente tra i suoi membri, sempre molto ispirati nelle loro improvvisazioni come nelle loro interazioni. L’album Blues And Ballads pubblicato nel 2016 era già una sorta di vertice, ma questa release 2018 risulta ancora più inebriante data l’incredibile versatilità e la pluralità di suoni sprigionate dal pianoforte di Mehldau. Che questo virtuoso americano potesse suonare di tutto non è una novità. Ma con Seymour Reads The Constitution!, il nostro ci sorprende ogni minuto che passa, moltiplica i rimandi, vaga nella storia del jazz piano e trova sempre la giusta nota, l’accordo perfetto per rendere la sua musica intrigante, toccante e sconvolgente. Nella sua già vasta discografia (certo non ancora copiosa quanto quella di Keith Jarrett, uno dei suoi principali modelli), quest’album occuperà senz’altro un posto d’onore… © Max Dembo/Qobuz
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Jazz - Uscito il 05 settembre 2000 | Warner Jazz

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Jazz - Uscito il 12 giugno 2020 | Nonesuch

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La pandemia, il confinamento e il distanziamento fisico sono il punto di partenza e di arrivo del nuovo album per pianoforte solista che Brad Mehldau non aveva certo pianificato di registrare o pubblicare. L’impatto di questa situazione così unica arriva a toccare anche i titoli delle composizioni di Suite: April 2020 (waking up, stepping outside, keeping distance, stopping, listening: hearing, remembering before all this, uncertainty, the day moves by…) e anche la copertina del disco, che contiene un testo scritto dalla mano del compositore, come una tabella di marcia, l’esplicazione di un esercizio che può sembrare stancante, ma che in realtà è molto affascinante. Affascinante anche nelle note del suo pianoforte, più essenziali ed eleganti del solito. Come se ogni nota, attentamente soppesata, mettesse in discussione anche la propria ragion d’essere. Questa atmosfera dona alle improvvisazioni di Mehldau una semplicità inedita, come una verginità surrealista. Senza dubbio, la semplicità di essersi ritrovato, come mai prima d’ora, assieme alla sua famiglia nelle faccende e nei piaceri fondamentali della vita quotidiana, come spiega sul testo in copertina. E per concludere questa parentesi, che sembra quasi un cammino interiore, ci regala queste tre cover: Don’t Let It Bring You Down di Neil Young, una canzone che per lui fungeva regolarmente da luce guida; New York State of Mind di Billy Joel, una lettera d’amore alla Grande Mela che ha sofferto molto durante l’epidemia e che lui considera la sua casa anche se non ci vive più; e la classica Look for the Silver Lining, che chiude in maniera rassicurante, calorosa e piena di speranza questa sequenza di brani, durante la quale il pianeta ha smesso di girare. O quasi. © Marc Zisman/Qobuz
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