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Attualità

Qobuz X Time In Jazz

da Damir Ivic |

Time In Jazz è visto da molti come un festival jazz, un ottimo festival jazz; in realtà, è (anche) altro. È qualcosa di più. Quest’anno, a partire dall’8 agosto, si celebra un’ennesima edizione in cui lo standard artistico è sì alto, ma quello etico ed ideale lo è – per certi versi – ancora di più.

Ci sono festival di cui, ad un certo punto, nemmeno dovresti guardare il programma, i nomi in cartellone – sul serio. Non perché essi siano scarsi o insignificanti, attenzione. Tutt’altro. È che davvero, ci sono eventi che sono nati e cresciuti con un’anima e con una pulsione “ideale” molto forte, e che attorno a questo spirito hanno costruito un format molto particolare e molto prezioso, che da solo varrebbe già tutto. Time In Jazz, il festival fondato e guidato da Paolo Fresu, in questo è decisamente un esempio da manuale. Nella sua storia pluridecennale si sono succeduti infiniti campioni del jazz, nomi da copertina e da libro di storia (così sarà anche quest’anno: Archie Shepp, Avishai Cohen…); ma l’architettura non solo estetica ma proprio anche etica attraverso cui il festival si sviluppa, non ha davvero eguali.

Gli ingredienti, le spezie atipiche? Ritrovarsi nel nord della Sardegna, battendo luoghi meno scontati e più segreti; vagare ogni giorno tra mete diverse, mattino, pomeriggio e sera; farsi attraversare dal flusso della musica, abbracciando una apertura mentale che caratterizza – o dovrebbe caratterizzare – il jazz proprio per DNA. Ecco: tutto questo è impagabile. Tutto questo è preziosissimo. Soprattutto, tutto questo rende Time In Jazz diverso dal 90% (e più…) dei festival musicali di ogni genere. Ovvio: è un festival che chiama non il turista dozzinale e distratto, ma chi di musica è realmente appassionato, chi segue, cerca ed approfondisce. Questo non per snobismo o elitarismo, ma perché solo chi apprezza la musica in un certo modo può apprezzare nella sua interezza il percorso che ogni anno Paolo Fresu, assieme ai suoi collaboratori di lunga data, disegna.

 

 

Un percorso che sa dare grande attenzione all’anima più acustica ed intimista della musica (giusto così, visto che moltissimi concerti si svolgono in contesti molto particolari, dove la natura è una presenza principe); un percorso che, come già accennato, non si rifugia nelle messe cantate dei circuiti già consolidati dove alla fine bene o male appaiono sempre i soliti nomi, per quanto validi; un percorso che guarda al mondo, dall’Africa alla Scandinavia, rifiutando però sempre le cartoline stereotipate e cercando invece chi ha una visione aperta e cosmopolita; un percorso che non si dimentica mai e poi mai di parlare e guardare alla propria comunità: dal palco centrale come da tradizione ben saldo nel paese di Berchidda (il luogo di nascita di Fresu) al coinvolgimento di molti talenti locali e regionali, anche nell’”estendere” la notte fino alle ore piccole, in una convivialità aperta e viscerale.

Ecco. Time In Jazz è molto più che un festival jazz, senza togliere nulla ai tanti ed ottimi festival jazz che percorrono l’Italia ogni anno. Per una volta, ci si può permettere di non doversi per forza fissare sui contenuti musicali. Ma, attenzione: a questo livello si arriva solo se i contenuti hanno dimostrato negli anni, edizione dopo edizione, di essere sempre di altissimo livello e coerenti, sempre. La fiducia si guadagna col tempo e col lavoro. E di fiducia, su Time In Jazz, è giusto riversarne veramente tanta: chiunque sia stato anche solo una volta in Sardegna a metà agosto, dalle parti di Berchidda e non solo, lo sa. @Damir Ivic/Qobuz



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