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I Muse mostrano i denti

da Chief Brody |

Il nono album del trio britannico è un bel ritorno alle loro radici, con un rock più tagliente rispetto agli ultimi anni.

Spesso da alcune band non ci si aspetta più nulla di nuovo. La carriera dei Muse negli ultimi tempi si è protratta quasi con il pilota automatico, tra tour extra-large negli stadi e nuovi album non sempre convincenti, ma che contenevano la giusta quantità di hit. Erano arrivati ad una fase stagnante. Fino all’uscita di Will of the People, un album sorprendentemente compatto e conciso (il loro lavoro più breve, di soli 37 minuti), e per molti versi ancora grandioso. Ma soprattutto è un album più oscuro, più rock e più diretto, animato da una sorta di spirito “best of”, come se il trio si divertisse a rivisitare le diverse epoche della sua carriera attraverso le canzoni composte per l’occasione.

 

 

Se le tematiche di Will of the People sono piuttosto pessimiste (l’eterna critica agli autoritarismi, a un mondo che va dritto verso l’apocalisse e altri temi cari a Matthew Bellamy), la forma è al tempo stesso orecchiabile e in-your-face, come il singolo di apertura Will of the People, il cui lato marziale può rievocare The Beautiful People di Marylin Manson. Era da tempo che non sentivamo un riff di chitarra così potente come quello di Kill or be Killed, il cui lato metal, impreziosito da un pedale Whammy nello stile di Tom Morello, fa esplodere le casse fin dalle prime note. Lo stesso vale per Ghosts (How Can I Move On?), una ballata suonata al pianoforte dal leader della band, da solo, con il desiderio di ritrovare quelle vibrazioni che ci possano riportare indietro di quasi 20 anni.

 

 

Se i Muse non si sono liberati della magniloquenza di certi arrangiamenti, sono riusciti a integrarli meglio nelle loro canzoni. Un esercizio che, per ben dieci anni, aveva finito per rendere il loro lavoro, in alcuni casi, pretenzioso o indigesto. Dopo una fase sintetica e cruda, la band sembra oggi più orientata verso il rock progressivo, almeno in certi aspetti, divertendosi persino a iniettare una piccola dose di follia con il brano di chiusura We Are Fucking Fucked, su cui approdano leggere reminiscenze Queen durante un perfetto finale catartico. Non sarà il miglior album dell’intera carriera dei Muse, ma senza dubbio il più riuscito da ben quindici anni a questa parte. Bentornati! © Chief Brody/Qobuz

 



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