Sarah McCoy, vagabonda della notte

A metà strada tra blues da cabaret e soul viscerale...

da Marc Zisman | Video del giorno | 04 marzo 2019
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Vi è innanzitutto quella voce rauca, unica, che lascia di stucco al primo ascolto. Quella di un’erede di Nina Simone avvolta in un cappotto fatto a New Orleans. Come lei, Sarah McCoy ha la stoffa di un fenomeno da baraccone. Una diva soul dalla bionda criniera, posseduta dai fantasmi più velenosi del jazz, del blues, del folk e del rock’n’roll. Una forte personalità perseguitata dai tormenti della vita. Come se fosse una cuginetta di secondo grado di Billie Holiday, Amy Winehouse, Tom Waits o Janis Joplin, o perfino di quel buon vecchio Dr. John…

Dopo alcuni singoli e dei concerti dove l’intenso McCoy impressionava con la sua rabbia, l’album Blood Siren, prodotto da Chilly Gonzales e Renaud Letang, perturba da quanto è calmo. Una calma apparente ovviamente. Una rabbia canalizzata all’esterno ma sempre tanto reale all’interno.

A volte, il suo modo di suonare possiede l’ingenuità e la sincerità di brani suonati da un pianoforte giocattolo. Un modo forse per sottolineare la disperazione infantile delle sue canzoni. The Death of a Blackbird, superbo brano strumentale che rivela la sua formazione classica, ha il sapore della solitudine. Quanto allo sciamanico Devil’s Prospects, offre le variazioni di un racconto vudù di New Orleans, l’umidità della notte e profumi di gin…

Bisogna darsi il tempo per apprezzare Blood Siren. Per farsi invadere dalle sue melodie e dalle sue parole. Sarebbe stato più semplice giocare la carta bigger than life della dama. Farla vomitare nei microfoni per attirare i curiosi. Ma Sarah McCoy dimostra con il suo disco che la sua arte è più profonda e durerà più a lungo di una serata trascorsa al circo… © Marc Zisman/Qobuz





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