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Pale Saints: 30 anni di folle comfort

“The Comforts of Madness”, il capolavoro shoegaze/dream pop della band inglese Pale Saints, compie 30 anni. Per l’occasione verrà riproposto in versione deluxe Hi-Res 24-Bit.

da Marc Zisman | Video del giorno | 10 febbraio 2020
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Il revival shoegaze è alle porte, quindi rivisitare i classici non può che fare un mondo di bene. Il primo album dei Pale Saints, The Comforts of Madness, uscito nel febbraio 1990, è appunto una pietra miliare del movimento dream pop e shoegaze. Per il suo trentesimo anniversario, viene riproposto in versione deluxe rimasterizzata, in qualità Hi-Res a 24 bit e arricchito da demo inediti.

All’epoca, la 4AD stava vivendo una sorta di età dell’oro con il successo dei Cocteau Twins, Dead Can Dance, Throwing Muses, This Mortal Coil e naturalmente dei Pixies. Ingaggiando band come Belly, Lush e Pale Saints, l’etichetta discografica guidata da Ivo Watts-Russell ha mantenuto il suo roster al passo con i tempi. Il gruppo di Leeds, formatosi alla fine degli anni Ottanta, ha basato l’originalità del suo sound sulla dualità della voce delicata del cantante Ian Masters e sul muro di suono creato dalle chitarre, che proponevano delle melodie prettamente pop. Un furore evanescente, un rabbioso sogno ad occhi aperti... in un certo senso, questa è la dicotomia dello shoegaze.



Gil Norton, che si è fatto un nome producendo Ocean Rain degli Echo & the Bunnymen e Doolittle dei Pixies, è in sala di missaggio per cinque dei brani, con John Fryer di This Mortal Coil ad occuparsi dell’altra metà dell’album. Non appena l’album inizia, il sound di questa prima opera dei Pale Saints è inconfondibilmente Cocteau Twins o Jesus & Mary Chain. Alcuni potrebbero anche fare dei paragoni con My Bloody Valentine, nonostante il loro iconico Loveless sia uscito solo un anno e mezzo dopo The Comforts of Madness, nel novembre 1991.



Ian Masters, una figura di culto più di quanto non si creda, è più di un semplice cantante shoegaze: sa come orchestrare ritmiche diverse, e soprattutto come comporre canzoni pop perfette, assemblandole in modo tale che il progetto nel suo insieme suoni come un’unica composizione. Questa sensazione è amplificata dall’assenza di spazi vuoti tra gli undici brani di The Comforts of Madness. Trent’anni dopo, questo capolavoro non solo non è invecchiato minimamente, ma si distingue tra i suoi contemporanei. © Marc Zisman/Qobuz



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