Orville Peck, il cowboy mascherato

Country acido, chitarre twang e voce da crooner. Inquietante album di debutto di questo misterioso artista...

da Marc Zisman | Video del giorno | 19 aprile 2019
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Qobuz

La copertina è intrigante. Con uno Stetson in testa, maschera sugli occhi e frange fino alla bocca, Orville Peck avanza come un ennesimo giustiziere mascherato, camuffato, con indosso un cappello, celato, pronto a raggiungere i Daft Punk, Cascadeur, i Residents, MF Doom e SBTRKT. A prima vista, si potrebbe pensare a un cowboy sfuggito da un sogno immaginato da David Lynch. Una sorta di versione improbabile di Lone Ranger, personaggio di finzione apparso nel 1933 in una rubrica radiofonica, poi in una serie televisiva quindici anni dopo, vera e propria icona della cultura pop americana…

Quando poi lo sentiamo cantare, ci troviamo di fronte a un crooner intramontabile. Sono riconoscibili le influenze di Roy Orbison, Chris Orbison, Chris Isaac, Lloyd Cole e addirittura di Marlon Williams in quella voce da amante incallito di cui Orville Peck non abusa mai degli effetti. Con Pony, il suo primo album Qobuzissimo che esce sull’eccellente etichetta Sub Pop, Orville Peck, di cui non si conoscono le origini e si ignora l’età, alterna ballate romantiche originali e lamenti onirici. Canzoni grandiose che ricopre di una produzione in cui regnano riverberi, chitarre twang, batterie ovattate e la chitarra steel impressionista.

Come se la country e la shoegaze si unissero giusto il tempo di una torrida notte d’amore. Cuori spezzati, motel abbandonati, autostrade infinite e paesaggi da vecchi western, ecco un bel disco che lascia intravedere tutta un’iconografia affascinante di cui Orville Peck è il pittore dotato. Non resta che chiudere gli occhi e sognare con lui. © Marc Zisman/Qobuz







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