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Moses Boyd: un mago alla batteria

Il batterista jazz londinese è l'ultimo vincitore del nostro premio Qobuzissime. Il suo nuovo album "Dark Matter" è l'ennesima prova che la New British Jazz Scene non mostra segni di rallentamento.

da Marc Zisman | Video del giorno | 18 febbraio 2020
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Da buon pozzo senza fondo qual è, la nuova scena jazz inglese mantiene la sua tradizione creativa partorendo il primo vero album solista di Moses Boyd. Gli appassionati del movimento conoscono già questo eclettico e giovane batterista, che ha lavorato con Shabaka Hutchings, Zara McFarlane, Nubya Garcia, Joe Armon-Jones, Theon Cross e Ashley Henry, ma soprattutto è la metà di Binker & Moses, il wild duo che condivide con il sassofonista Binker Golding.

Con Dark Matter, Boyd realizza un album che può essere considerato più la creazione di un produttore che di un batterista. Un album che è una estesa narrazione di ciò che rappresenta, ovvero un musicista cresciuto sognando di diventare il nuovo Max Roach o Tony Williams mentre ascoltava Dizzee Rascal e Wiley, oltre ai ritmi caraibici, del reggae e della musica elettronica.

 

 

La forza di Dark Matter risiede proprio nella capacità di fondere questo grande insieme di idoli così diversi tra loro in una bella e colorata Polaroid della Londra di oggi. Ricco di suoni, l’album dal DNA jazz passa dall’afrobeat (BTB) al dubstep (2 Far Gone) prima di una botta di post-rock (What Now?).

 

 

Con la voce di Poppy Ajudha, di Obongjayar e di Nonku Phiri e il contrabbasso dell’ex-Jazz Warriors Gary Crosby, Moses Boyd ha creato una orgia ritmica fuori dal comune. Un disco di ancora più difficile catalogazione rispetto a quelli dei suoi colleghi della stessa scena anglosassone. Rivitalizzante. © Marc Zisman/Qobuz




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